venerdì , 23 Febbraio 2024

Progetto Wecho, l’eco delle donne di montagna. Intervista a Serena Anastasi

Dare la voce alle donne di montagna. Sentire come si definiscono, quali sono i loro bisogni e quali le loro ispirazioni. E, soprattutto, creare una rete che travalichi i confini regionali e si allarghi su tutto il Paese e anche fuori: una rete di donne che, a vario titolo e con professioni e background diversi, guardano alle terre alte come spazio di libertà, di espressione, di vita. Sono stati questi gli obiettivi del progetto “Wecho. L’eco delle donna di montagna“, portato avanti da Fondazione Nuto Revelli (in partenariato con Coordinamento Donne di Montagna YWCA-UCDG onlus e Paraloup Impresa Sociale, e con il sostegno di European Cultural Foundation – Culture of Solidarity Fund) tra gennaio 2021 e giugno 2022. Dopo aver intervistato Beatrice Verri a inizio progetto, adesso ho voluto chiacchierare con Serena Anastasi, project e community manager di Wecho, che mi ha raccontato i presupposti, il punto di partenza, lo sviluppo e le prospettive del progetto. Abbiamo parlato delle voci delle montanare di oggi, per comprendere meglio i risultati emersi dall’indagine e – soprattutto – per provare a guardare avanti.

Serena Anastasi, tu hai visto nascere, crescere e arrivare a conclusione questo bel progetto: ti va di raccontarcelo? Cos’è stato Wecho, da quali premesse è partito, e per fare cosa?

Mi piace sempre dire che, se Beatrice Verri è stata il “cuore” di Wecho, io ne sono stata le mani e le braccia… Due anime che con competenze diverse hanno partecipato a un progetto che è soprattutto una grande ricerca di senso, e un tentativo di costruzione di una rete al femminile tra le donne di montagna. L’idea si ricollega al grande lavoro svolto da Nuto Revelli (alla cui opera si ispira l’omonima fondazione nel suo operato qui sul territorio) negli anni Ottanta, quando andò a raccogliere le testimonianze del mondo contadino e rurale del cuneese e le voci delle donne di montagna e scrisse “L’anello forte”… Con Wecho – parola che nasce dalla contrazione di women ed echo – noi abbiamo voluto riprendere in mano quel lavoro e quell’approccio, calarlo nel presente e creare una continuità con le opinioni, i pensieri, le aspirazioni delle donne di montagna di oggi. Abbiamo potuto farlo grazie al finanziamento ottenuto da European Cultural Foundation, che ci ha lasciato moltissima libertà d’azione nella strutturazione del progetto e delle domande.

Il presupposto che animava il nostro lavoro era la convinzione che le donne hanno sempre rivestito e rivestono tutt’ora un ruolo fondamentale nelle economie e nelle società montane: una convinzione emersa dagli scritti di esperti come Michela Zucca, ma anche dai presupposti della Convenzione di Thimpu del 2002, durante il global summit delle Nazioni Unite sulla Montagna il cui focus era proprio “Senza le donne, la montagna muore”. Ecco, noi abbiamo voluto indagare la situazione attuale, vent’anni dopo la convenzione e dopo i numerosi e radicali cambiamenti collettivi degli ultimi decenni.

Come si è strutturato nella pratica il progetto Wecho?

Il progetto è stato sviluppato tra il gennaio 2021 e il giugno 2022, e ha previsto la raccolta di interviste, strutturate in quattro domande abbastanza ampie, a donne di montagna, senza vincoli di età, professione o località. Ne abbiamo raccolte 151 in totale, un’ottima risposta, e anche se il progetto era nato con aspirazione europea, le testimonianze più numerose e rilevanti sono arrivate dall’Italia, e in particolare dal Piemonte, cioè dal territorio su cui noi, come Fondazione Nuto Revelli, operiamo. Le domande proposte, stilate dopo un percorso di laboratori e attività di approfondimento, avevano volutamente un approccio quasi filosofico e, in itinere, ho avuto l’impressione che siano state porta di accesso a moltissimi mondi molto diversi tra loro. Tuttavia forse, per quanto riguarda una raccolta più metodica dei dati, ci hanno fatto perdere qualcosa lungo il cammino. Sono riflessioni “a caldo” dopo la chiusura del progetto e l’analisi dei dati, che comunque, grazie all’elaborazione finale condotta da Sara Donati, ci ha portato risultati estremamente interessanti, e spunti di riflessioni non banali su cui strutturare percorsi futuri.

Cosa è emerso dall’analisi dei dati che avete raccolto? Quale donna di montagna emerge? O meglio… Che eco restituiscono le donne di montagna oggi?

Vorrei evitare di scadere nella retorica, ma l’impressione che ho tratto è che tutte quelle raccolte siano voci di donne molto determinate. A eccezione di alcune interviste, molte delle persone che hanno risposto alla call sono donne che già vivono in montagna e che già si confrontano con le problematiche che lo stare in montagna – o il tornarci – implica: ma c’è spesso amore incondizionato verso questo ambiente, nonostante la consapevolezza della difficoltà che esso pone dinnanzi.

E’ emerso anche un forte, fortissimo bisogno di comunità e il desiderio feroce di essere ascoltate e comprese nella propria scelta di restare, o tornare, in montagna.

Questo discorso va letto alla luce del fatto che la montagna italiana ha molte facce, spesso assai diverse tra loro. Un esempio? Da noi (nel cuneese), le montagne sono state per lunghissimo tempo territori molto poveri, e anche adesso chi vive in montagna lo fa sentendosi sempre “ai margini di un impero”: la strutturale lontananza dalle città si sente in termini di qualità e quantità di servizi offerti, nonché nella cecità delle istituzioni nel conoscere e riconoscere le peculiarità e le voci di questi territori. Chiaramente per altre zone montane italiane, come possono essere certe valli trentine o valdostane, la situazione (anche economica) è sempre stata diversa, e quindi rimane diversa anche la percezione attuale.

Nelle risposte alla call, avete riscontrato una differenza di approccio tra le zone più o meno marginalizzate delle Alpi?

Caspita, sì! In proporzione, abbiamo avuto molte meno risposte da montagne considerate “ricche”: l’eco di Wecho ha invece attecchito maggiormente in quelle terre alte che ancora portano con sé il peso di un retaggio di esclusione e lontananza dal centro: c’è una percezione riflessa di povertà e marginalità… Anche laddove, oggi, non è sempre vero. Ma rimane la percezione.

Wecho ha attecchito maggiormente dove c’è la percezione di bisogno.

Hai citato il bisogno di comunità come uno dei temi ricorrenti nelle risposte alla call di Wecho. Quali sono gli altri temi emersi, e strettamente connessi con il restare a vivere in montagna?

Assolutamente, direi il tema del lavoro. O meglio, il tema della possibilità di scegliersi il lavoro: chi lavora in montagna spesso è costretto a occupazioni che non si sceglie, che non sempre sono espressioni di un proprio bisogno individuale ma che spesso riguardano scelte familiari (si lavora nell’attività di famiglia), oppure si basano su “ciò che si può fare” (rifugio, bar, eccetera). Non che ci sia nulla di male in questo, ovvio, ma si tratta di un tema delicato e che merita considerazione, perché è legato alla questione identitaria: dà una certa percezione di sé e del sé all’interno di un ambiente specifico e peculiare. D’altro canto, è anche vero che lo smart working da un lato e nuove dinamiche sociali ed economiche in corso stanno cambiando anche le prospettive e le possibilità lavorative in montagna. Anche questo è un dato da tenere in considerazione, in generale ma anche e soprattutto all’interno del mondo femminile.

E aggiungo un punto: essendo territori in cui c’è “meno” di tutto, le terre alte sono fucine ideale per sviluppare progetti nuovi e far germinare nuovi percorsi.

“Senza la donna la montagna muore”, si diceva vent’anni fa. “Le donne muovono le montagne” è invece il focus della giornata internazionale delle montagne 2022. che dici, è retorica o realtà? Cosa possiamo dire del ruolo delle donne in montagna oggi?

Sicuramente il ruolo della donna in montagna è cambiato, perché è cambiato il modo in cui si vive la montagna (o almeno, sta cambiando). Da quanto è emerso dai risultati di Wecho, la percezione è che oggi la montagna sia vissuta dalle donne come uno spazio di marginalità creativa, come un luogo dove manifestare se stesse con maggiore libertà… Anche se, come tutte le province, restano territori in cui si perpetuano logiche e dinamiche tendenzialmente maschiliste e patriarcali. Ma questo non è necessariamente un ostacolo, almeno se si guardano ai dati locali:  in provincia di Cuneo, ad esempio, oltre il 60% delle nuove attività imprenditoriali sopra i 600 metri sono avviate da donne, e questo è un dato interessante sulla situazione attuale. Che è una situazione composita, articolata, diversa da zona a zona ma che comunque presenta dei caratteri comuni: la presenza femminile in montagna, a prescindere da tutto, non è casuale e la donna in montagna continua a esserci. A fiorire. E in maniera più libera che altrove.

Tornando a parlare del progetto Wecho, quali difficoltà avete riscontrato nel corso della call?

La difficoltà principale ha riguardato la creazione di una rete ampia e profonda di donne di montagna a livello locale, nazionale ed europeo: in un anno è stato arduo creare qualcosa di profondo e stabile. Tuttavia, il mio non è un sguardo pessimista, al contrario: nel corso di Wecho siamo state intercettate da diverse realtà molto interessanti, come l’European Network for Rural Developement che lo scorso 15 novembre ci ha invitate in Francia all’incontro “Advancing gender equality in rural areas in the EU” per presentare il progetto ad altre donne che operano in ambito rurale.

Nonostante le difficoltà, qualcosa si sta muovendo: vorremmo ispirare altre donne e attivare nuovi progetti, evitando il rischio dell’autoreferenzialità. Ci vorrà tempo, immagino: la creazione di una rete richiede moltissimo lavoro, e non basta certamente un singolo incontro.

Ora che prima call di Wecho si è conclusa, avete in programma di ampliarla o riproporla? Dove vuole andare Wecho nei prossimi mesi e anni?

Mi piace definire Wecho un “motore di relazioni che a loro volta hanno innescato altri progetti”. Non abbiamo per ora in programma una riproposizione della call così come è stata sviluppata in questa prima fase, ma come Fondazione Nuto Revelli vorremmo rafforzare il senso della rete e dare spazio agli incontri attivati finora. Ci sono tanti progetti in fieri, in cooperazione con altre realtà (come ad esempio il Coordinamento Donne di Montagna) che, come noi, sono attive sulla valorizzazione del territorio montano e sulla creazione di reti locali…

Wecho è stato un innescatore di slanci e progetti condivisi: la vera sfida, da qui in avanti, sarà quella di mantenere vive e far fiorire queste relazioni.

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