Le montagne cretesi sono uno stomaco di pietra e villaggi spersi che la maggior parte dei turisti puntano a superare, con le auto a noleggio, per raggiungere le splendide spiagge selvagge della costa meridionale. Sono il “grande nulla” dell’isola più grande della Grecia, uno sconosciuto macromondo di rocce, ulivi, gole e tornanti dove il tempo più che scorrere cola, lentissimo, di giorno in giorno, cambiando poco di sé e ancor meno delle genti che lo abitano. O almeno, così parrebbe. Perché poi basta ascoltare le parole di chi, in queste montagne lunari, ci vive da sempre per capire che le apparenze ingannano, e che l’immobilità ancestrale delle terre alte cretesi sa talvolta di cose che spariscono, più che di cose che si custodiscono.

Evangelia abita ad Anopolis, piccolo villaggio rurale nel cuore delle Lefka Ori, le Montagne Bianche nella regione di Sfakia, posta nel sud-ovest di Creta. Con i piedi a mollo nel Mar Libico e le vette severe a guardare un po’ verso l’Africa e un po’ verso l’Europa, le Lefka Ori sono caratterizzate da pendii nudi e brulli, il cui biancore osseo le fa sembrare incappucciate di neve pure nel cuore dell’estate, e da pianori e altopiani che inframezzano con esplosioni verdi l’ondulare pietroso abitato altrimenti soltanto da capre e da qualche scarnificato alberello solitario. Anopolis non è che un raggruppamento di case bianche, a un piano massimo due, abbracciate da orti e ulivi e ciascuna con un pick-up scuro parcheggiato di fuori: sembra un luogo ameno e tranquillo, ma – abbiamo scoperto – è terra di uomini e donne di nerbo.

Fieri e orgogliosi, gli sfakioti: pastori e un po’ banditi, da sempre avversi a qualsiasi potere centrale, impossibili da piegare anche per gli ottomani e per i nazisti, che qui trovarono un’inaspettata e tenacissima resistenza.

Tessere memoria

Evangelia, 54 anni, è anopolita fin nel midollo: qui è nata, qui è cresciuta e si è sposata, e qui ha appreso l’arte della tessitura direttamente dalla sua anziana zia Vangelio, occhi vivaci e maliziosi in un viso che è un canestro di rughe sottili e mani ancora capaci di intrecciare strettamente fili e legacci e di cucire i prodotti del territorio. Come i sakulia, le grosse sacche di lana spessa e spinosa utilizzate dai pastori durante la transumanza e che riprendono con i loro colori tradizionali la memoria di un popolo intero: il rosso e il nero, a significare rispettivamente il sangue versato e il dolore patito, ricamati secondo un complesso schema di linee e alternanze cromatiche che, spiega Evangelia, «rappresenta ciò che siamo come popolo, prima che come singola persona».

Evangelia e sua zia sono rimaste praticamente le ultime a utilizzare abitualmente il telaio tipico sfakiota: enorme, vecchio più di cent’anni, rappezzato con pezzi di legno a casaccio, se ne sta poggiato in un angolo del cortile, all’ombra del pergolato. Evangelia si toglie gli zoccoli e si siede per mostrarci la lavorazione delle stoffe; la navetta vola nell’ordito e per i nostri occhi inesperti è difficile capire cosa faccia, come funzioni: il disegno, però lentamente appare. E’ un’arte antichissima, la loro, e racconta di tempi in cui la tessitura era attività conviviale femminile, il momento delle confidenze e dei racconti, degli insegnamenti e della trasmissione di saperi a loro volta tramandati da prozie e trisavole.

«Ma non so a chi li trasmetteremo in futuro – sospira Evangelia – perché oggigiorno è raro che le ragazze siano interessate a imparare. E’ un lavoro lento, lungo, e manca la pazienza per imparare e manca la comprensione di ciò che questi lavori e questi colori rappresentano: le nostra radici».