mercoledì , 24 Luglio 2024

Turismo dolce a tutta birra: la storia del Birrificio del Catria

«Quello che da anni cerchiamo di fare è costruire alternative per il nostro territorio, promuovendo un turismo sostenibile sotto il profilo ambientale ma anche economico, e contrastare così, con i fatti e con i risultati, l’abbandono di queste nostre montagne di mezzo». Quando racconta la storia del suo birrificio, Pietro Corrieri dipana un percorso decennale che è sì impresa, ma è anche rete, valorizzazione locale e capacità di immaginare nuove strade di cooperazione dal basso. «La cosa curiosa è che siamo concettualmente l’alternativa a un modello turistico ormai datato, che viene invece portato avanti sul versante opposto del Monte Catria: quello delle piste da sci e degli impianti sciistici. Proviamo a costruire un’altra via, e a farlo nel rispetto delle peculiarità del nostro territorio».

Pietro Corrieri è infatti il fondatore del Birrificio del Catria, realtà produttiva di Cantiano (PU), nel cuore dell’Appennino umbro-marchigiano, nata dieci anni fa per ripristinare l’operatività agricola di terreni altrimenti lasciati all’abbandono e allo spopolamento: oggi è anche luogo di ristoro e pernottamento, volano per l’economia locale, snodo dei percorsi di trekking del territorio e cuore pulsante delle attività di outdoor nei dintorni, per promuovere e valorizzare le pendici occidentali del Monte Catria come destinazione di un turismo gentile, attento, poco impattante e sostenibile per la popolazione residente. Insomma una “terza via” tra l’abbandono e l’eccessivo sfruttamento, costruita dal basso. «Il turismo può essere una risorsa incredibile per luoghi come i nostri, ancora poco interessati dai grandi flussi. Ma deve essere sostenibile anche per la comunità».

[Questo articolo è stato pubblicato su L’Altramontagna il 4 giugno 2024]

Non solo birrificio

La storia del Birrificio del Catria si innesta nella storia personale di Pietro così come nel dna del territorio, tradizionalmente votato all’allevamento del cavallo di Catria (razza autoctona) e alle attività silvo-pastorali legate al bosco e alla piccola agricoltura multifunzionale. «Come tanti altri paesi del centro Italia, anche Cantiano ha subito negli ultimi decenni un forte spopolamento» racconta Pietro. «Io stesso ero andato a studiare e vivere fuori dal paese, e sono entrato in contatto con il mondo della birra artigianale un po’ per caso… Erano gli anni del boom di interesse generalizzato verso questo settore, così pensai che fosse il momento di tornare a Cantiano: avevo a disposizione diversi terreni di famiglia abbandonati, e potevo provare ad avviare un progetto di recupero per la produzione di una birra agricola locale». Il birrificio ha aperto ufficialmente i battenti una decina di anni fa, e produce birre con il malto derivato dall’orzo distico coltivato in loco e con l’acqua delle sorgenti locali; man mano è stato innestato da diverse attività collaterali, come un locale per la ristorazione e uno spazio per un bed&breakfast, oltre che proposte di fruizione turistica dei luoghi circostanti.

«Perché mettersi a fare la birra in montagna? Me lo chiedevano tutti e me lo chiedevo pure io» ammette Pietro «Siamo a oltre 600 metri di altitudine, la strada è scomoda, i camion fanno fatica ad arrivare… Insomma, non era facile. Però, ero convinto che la produzione di birra agricola artigianale potesse essere il primo anello di una catena, composta a sua volta da altre attività capaci di coinvolgere altri operatori del territorio e creare lavoro. Un progetto più ampio, insomma».

Il vero spartiacque, secondo Pietro, è stato il Covid: il momento di stop forzato della pandemia ha posto i presupposti per una messa in discussione complessiva dell’attività, e quello che fino ad allora era stato sostanzialmente un progetto imprenditoriale privato piuttosto “classico” ha guardato al di fuori dei propri confini e ha provato a cambiare strada. In che modo? Passando a una ristorazione più informale e incentrata sui prodotti gastronomici locali (come la polenta del Monte Catria, la crescia sfogliata di Urbino, la carne di cavallo del Catria), innanzitutto, ma anche riscoprendo il valore che gli spazi esterni – i boschi, i sentieri, i prati – potevano avere per tutti, dagli escursionisti più esperti alle famiglie in cerca di percorsi verdi e non troppo impegnativi.

«Abbiamo iniziato a interagire con le guide escursionistiche locali, a tracciare i percorsi che transitavano dal birrificio, e a immaginare ciò che tutto questo sarebbe potuto diventare: una rete per tutto il territorio. Oggi collaboriamo direttamente con una decina di guide che si rivolgono a target diversi, dai camminatori esperti a chi invece preferisce percorsi più soft, ed è possibile perché i sentieri stessi dei nostri luoghi offrono un grande ventaglio di possibilità, a tutti». Tra i progetti futuri del birrificio, ci sono la realizzazione di una distilleria e il percorso per rendere il bed&breakfast un rifugio escursionistico di bassa quota.

Turismo lento per una montagna poco conosciuta

«Il Monte Catria è diviso in due», spiega Marco Frattini, uno dei dieci giovani che lavorano al Birrificio e partecipano al progetto di valorizzazione di Cantiano e dintorni. «Sull’altro versante si è puntato sullo sci. Su questo, invece, puntiamo su altro, a partire dalle specificità e dalle tradizioni locali». Un esempio? L’allevamento del cavallo di Catria, vera e propria istituzione del territorio fino a pochi decenni fa e oggi attività praticamente abbandonata: sono rimasti infatti soltanto un grande allevatore e pochi piccolissimi appassionati. «Uno degli eventi portanti del paese era la tradizionale Fiera dei Cavalli, a ottobre, durante la transumanza dei cavali dal monte» racconta ancora Marco, che spiega poi come quest’anno l’amministrazione comunale abbia chiesto proprio a loro di organizzare una seconda edizione primaverile della fiera, creando al suo interno uno spazio dedicato all’outdoor della montagna, con tutto ciò che il territorio può offrire: progetti di educazione in natura, talk tematiche, trekking, bivacchi notturni, esperienze di teatro in montagna… «La fiera è stata un’ottima vetrina» spiega Pietro «Non per noi direttamente ma per il territorio nel suo insieme, come destinazione montana che propone un’alternativa grazie al gruppo, alla comunità, al lavoro di squadra. È importantissimo».

«Finalmente, dopo tanti anni, iniziamo a vedere che l’interesse nei confronti della montagna non è più settario o soltanto appannaggio di pochi» aggiunge Marco «Anzi, sempre più persone si avvicinano a questo ambiente. Noi cerchiamo di mostrare che ci si può approcciare in modo graduale e sostenibile alla montagna, quale che sia il livello di partenza. È per questo che la tracciatura dei sentieri è stata fondamentale: perché così chi arriva sul territorio si ferma, lo conosce, lo vive passo dopo passo. È l’unico modo per far sopravvivere questi nostri paesi: farci passare gente. Farli conoscere».

Promuoversi come comunità

Il lavoro di valorizzazione che i ragazzi del birrificio stanno costruendo sul proprio territorio non riguarda solo la fruizione diretta dei luoghi, ma anche la loro comunicazione: alle fiere di settore in Italia e all’estero, infatti, la promozione del Birrificio del Catria va di pari passo con il racconto delle esperienze disponibili in loco e della centralità del territorio rispetto a luoghi iconici, come Urbino, le Gole del Furlo o le Grotte di Frasassi. «Certo, con i soldi che sono stati spesi per le piste da sci sull’altro versante… Piste che si useranno a fare tanto due mesi l’anno, anche meno… Si sarebbero potute mettere a sistema le montagne della nostra zona» ammette Pietro «Una giusta manutenzione dei sentieri e un tracciamento generale di piste per mountain bike, turismo equestre e trekking, da queste parti si potrebbe lavorare tutto l’anno». Il problema, spiegano Pietro e Marco, è che manca un riferimento territoriale sovracomunale capace di fare promozione territoriale condivisa e concreta: «Non siamo una destinazione turistica con una visione su larga scala che possa unire amministrazioni diverse» dice Marco.

«E questo fa sì purtroppo che la portata delle pratiche virtuose si disperda, anziché moltiplicare il valore per tutti. Facendo rete tra la nostra attività e le altre realtà del territorio, cerchiamo di ovviare a questo limite. Facciamo il possibile, perché ci crediamo, e vediamo le infinite potenzialità delle nostre montagne semi-sconosciute. E bellissime».

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