mercoledì , 24 Luglio 2024

Alta Via della Grande Guerra, che nelle Prealpi Vicentine unisce memoria e imprese locali

Camminare sulle vie della storia, cucendo tra loro – passo dopo passo – la bellezza del territorio e la ferocia degli accadimenti che l’hanno irrimediabilmente segnato, e toccando con mano ciò che è nato nel presente da quelle cicatrici: è questo l’obiettivo che sta alla base del progetto Alta Via della Grande Guerra delle Prealpi Vicentine, che collega i quattro sacrari della Prima Guerra Mondiale del territorio vicentino in un percorso che è sì escursionistico, ma è soprattutto anche ambientale, storico, culturale. E che oggi è un volano di rilancio sostenibile per le attività e i paesi del Pasubio, delle Piccole Dolomiti, dell’Altopiano dei Sette Comuni, del Grappa e delle aree circostanti.

[Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su L’AltraMontagna il 14 maggio 2024]

«Qui la memoria della Grande Guerra è tangibile, rappresentata da un tessuto di forme e di opere ancora straordinariamente leggibili, che una volta riscoperte e valorizzate costituiscono un codice interpretativo delle vicende della storia del nostro tempo» spiega Luisa Dal Prà, dell’associazione ALDA (Associazione Europea per la Democrazia Locale), che insieme alla Provincia di Vicenza e all’ ente BIM Bacchiglione si occupa della promozione e dello sviluppo del progetto. «L’Alta Via della Grande Guerra non è un percorso celebrativo: è piuttosto un percorso di democrazia e di memoria, in luoghi che portano ancora i segni della ferocia del primo conflitto mondiale e custodiscono le storie senza nome dei tanti che, su entrambi gli schieramenti, non sono più tornati a casa. Ed è anche un progetto con importanti ricadute turistiche, strettamente collegate alla riqualificazione del tessuto economico e sociale di paesi, contrade ed elementi del territorio come rifugi, baite e agriturismi».

Un cammino di rigenerazione

I quasi 200 chilometri che compongono l’Alta Via della Grande Guerra – percorribili in 16 tappe, anche separate tra loro – si snodano su venticinque comuni e collegano i quattro sacrari militari vicentini, cioè Pasubio, Cimone, Asiago e Grappa. Dalla via principale si diramano poi altri sentieri che permettono di raggiungere i vari siti dell’Ecomuseo della Grande Guerra, sparsi su tutto il territorio vicentino: come la Strada delle 52 Gallerie sul Pasubio, o il Forte Interrotto sull’Altopiano di Asiago, o ancora il Salto dei Granatieri sul Monte Cengio. I magnifici paesaggi montani e prealpini si legano così agli eventi storici dolorosissimi che segnarono l’intera modernità: il percorso di memoria diventa allora occasione di rinascita territoriale per il presente, di turismo sostenibile e lento, capace di portare linfa alle numerose attività economiche che resistono su questa montagna tutto sommato ancora poco battuta.

«Non solo storia, non solo manufatti e architetture legati al conflitto, ma anche e soprattutto concretizzazione di un sentimento comune, di unità, delle genti locali rispetto alla tragedia che fu la Grande Guerra: è questo che ha permesso di costruire la rete che ha portato poi all’Alta Via» spiega Valter Orsi, sindaco di Schio nonché uno dei promotori iniziali del progetto. «E anche questo, come tutti i cammini, ha bisogno di essere vissuto, per “sentire e vedere ciò che le nostre montagne ancora sussurrano”. E anche per scoprire le ricchezze gastronomiche, naturalistiche e culturali di questo nostro territorio montano e pedemontano. L’Alta Via della Grande Guerra sta diventando un bel volano per le piccole economie territoriali e per altri progetti di tutela e valorizzazione sostenibile». 

Un cammino di storie

«Per altri luoghi, forse, la Grande Guerra è qualcosa di lontano nel tempo. Ma per noi, qui, non lo è: essa ha connotato l’ambiente in cui viviamo, l’ha cambiato, e ne vediamo ancora i segni. Non si può prescindere questi luoghi dagli eventi del ’15-’18, né sarebbe giusto farlo» racconta Marco Brunello, proprietario e custode di Forte Maso a Valli del Pasubio, nell’alta Val Leogra. Primo esempio di fortificazione blindata italiana in montagna, il forte è stato utilizzato come deposito munizioni per le truppe della 1° armata impegnata sul Pasubio. Oggi è uno dei forti e dei musei toccati dall’Alta Via della Grande Guerra ed è inserito all’interno dell’Ecomuseo della Grande Guerra. Un luogo di memoria, dunque, e di perno territoriale condiviso per le attività del territorio. Marco Brunello ha infatti acquistato il forte nel 2012: presidente dell’associazione Forte Maso, vi ha aperto una trattoria, offre visite guidate al forte e organizza eventi e mostre temporanee, principalmente collegate con i temi della memoria e della pace. «Anche nella scelta dei prodotti della trattoria» spiega ancora Marco «mi appoggio ai piccoli produttori, alle reti di prossimità, alle associazioni locali. Per creare rete e valorizzare insieme il nostro territorio».

Associazioni come Pasubagria, che unisce le piccole realtà agricole di montagna attorno al Monte Pasubio per contrastare l’abbandono, o come Agritour, che punta a creare un ciclo virtuoso di accoglienza turistica mettendo insieme produttori, ospitalità e ristorazione sul territorio. Ma anche realtà artigianali come il laboratorio di Marco e Silvia Guasina, intagliatori del legno che nel piccolo comune di Recoaro Terme recuperano vecchio legname per produrre sculture e oggetti d’arredo espressione del territorio, o come Roberto Pozza, anch’egli scultore e uno dei promotori del Simposio della Scultura, che ogni agosto porta una decina di artisti del legno lavorare nelle vie e nelle piazze del paese. 

Se ci si sposta invece sull’Altopiano di Asiago, sono storie di produzione agricola sostenibile e di caseificazione locale ad incrociare il percorso di chi sceglie di camminare lungo l’Alta Via della Grande Guerra. Come quella del caseificio Pennar, produttore dello squisito formaggio Asiago, o quella della biofattoria didattica Bisele, a Canove, che dal 2015 sta recuperando all’insegna del biologico e dell’agricoltura rigenerativa territori dismessi da anni: ora coltivano piccoli frutti, ortaggi, erbe officinali, frumento di antiche varietà locali, luppolo e allevano galline ovaiole, oltre a sviluppare progetti educativi in natura e di fattoria didattica. 

«L’Alta Via della Grande Guerra non è la celebrazione di un’epopea militare» spiega ancora Luisa «È un cammino che fa da ponte tra le vicende di ieri e i territori di oggi. Ricordando il sacrificio di tante persone che su queste montagne persero la vita, certo, ma anche immaginando percorsi alternativi e costruttivi per vivere questi luoghi nel presente, con la consapevolezza di ciò che rappresentano: un monito e un insegnamento. E, soprattutto, una speranza».

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