Turismo, resistenza, identità

Non sono sicura di poter dire che Corrientes, nell’omonima provincia argentina, sia una bella città. E’ caotica e scalcagnata, con grumi di cavi della corrente penzolanti dagli angoli degli edifici e marciapiedi pieni di buche. Come ogni città argentina, ha infiniti sobborghi fatti di strade larghe e incroci a T, case basse e quadrate, officine dalle insegne sgangherate aperte su cortili pieni di ferraglie e piccole tiendas dalla mercanzia confusa; il centro, dal canto suo, ha un suo perché: case dall’aria decadente, atmosfera rilassata, aiuole frondose fino all’ariosa costanera (così si chiama il lungofiume) sul Paranà e un susseguirsi di quadras con poche pretese, pochi negozi e poche arie mondane ma molta tenerezza sgarrupata. Non sono sicura che sia bella sul piano estetico, dicevo, però a me Corrientes è piaciuta infinitamente.

Per un motivo soprattutto: mi sono resa conto che da tanto tempo non ero più abituata alle città-per-gli-abitanti, ero ormai assuefatta alle città-per-i-turisti.

Corrientes non è una città per i turisti. A parte noi stessi (che eravamo comunque accuratamente camuffati, grazie alle origini argentine di Martin), non ne abbiamo incontrato neanche uno. Non solo: a Corrientes mancava tutto quell’impianto di servizi, negozi, locali ed estetica tipica delle città che ormai sono diventate meta per i flussi turistici. Tradotto: niente negozi o bancarelle di souvenir, niente spot instagrammabili con code infinite, niente street food e aria intrisa di odore di frittura camuffata da “tipico”. Meraviglia! Me ne sono innamorata all’istante. Una sensazione leggera e piacevole, che da molto non provavo quando capitavo invece nelle città omogeneizzate dall’overtourism.

Turismo madre o matrigna?

Durante il viaggio nel nord dell’Argentina il tema del turismo si è riproposto tante volte, e in tante forme diverse. Con la sua assenza o con la sua predominanza, a seconda dei luoghi. Puerto Iguazù, ad esempio: provincia di Misiones, estremo nord-est del paese, incuneato tra Brasile e Paraguay, piena area tropicale e punto di accesso argentino al celeberrimo Parque Nacional de Iguazù, con le cascate omonime nonché meraviglia naturale del mondo.

“A Foz do Iguaçu, sul lato brasiliano, ci sono più caos e più palazzoni ed è anche più pericoloso” ci raccontava il signore dagli occhi acquosi che dal terminal degli autobus ci ha accompagnati al nostro alloggio “Qui a Puerto Iguazù invece no, è tranquillo. E siamo bravi con i turisti. Anche perché senza turisti non si lavora…”.

Il turismo a Puerto Iguazù assume vagamente le forme di parco tematico. Il parco nazionale è bellissimo e ben tenuto, e pur nella quantità di flussi riesce a mantenersi godibile e affascinante, ma nel paese abbiamo trovato un’atmosfera colorata e festosa un po’ posticcia: come se nella croce di strade principali fossero state create artificialmente le suggestioni che i turisti potrebbero aspettarsi in un luogo dalle vibes tropicali. Quindi chiringuitos, musica da fiesta, localini molto aesthetic, peluches di coati e tucani e terrazze panoramiche con le lucette affollate di gente con magliette Decathlon fluorescenti e una birra in mano. Bastava tuttavia spostarsi di due calles per ritrovarsi nella Puerto Iguazù della gente del posto, e lo scenario cambiava radicalmente: da patinato diventava verace, da ordinato diventava giungloso e scalcagnato, le strade dismettevano l’asfalto e tornavano di terra rossastra, i negozi si rimpicciolivano e al posto dei souvenir offrivano bottiglioni di bibite e cassette di frutta bottata, i lampioni smettevano di funzionare e i marciapiedi nella penombra si popolavano di persone che portavano fuori le sedie e si mettevano in cerchio a chiacchierare e bere qualcosa. 

La sensazione era che il turismo avesse spaccato la cittadina in due come un frutto maturo, e a segnare lo spacco era la carcassa di un enorme, incongruo, orripilante edificio di almeno venti piani che stava sorgendo proprio nel centro del paese, promettendo di diventare — boh? — un hotel multipiano o qualcosa del genere. Mi è venuto da pensare che la struttura incompiuta rappresentasse alla perfezione la contraddizione del turismo in quelle zone: turismo che è di certo lavoro e possibilità, ma anche è identità che muta, radicalmente e forse irreversibilmente.

Qualcosa di simile l’ho percepito anche nella Quebrada de Humahuaca, provincia di Jujuy, nel nord-ovest: stretta valle andina lungo il corso del Rio Grande, è incorniciata da montagne di colori spettacolari, è caratterizzata da un’identità locale Omaguaca molto marcata e ha un discreto richiamo turistico per quanto riguarda l’outdoor e il trekking. Da qualche tempo, però, viene pubblicizzato su tutti i canali di promozione turistica nazionale e provinciale un trenino a energia solare che percorre la quebrada, promettendo ai turisti un viaggio all’insegna dei panorami, della sostenibilità e della visita comoda.

“Peccato che per costruire ‘sto trenino hanno espropriato un sacco di terreni alla gente che vive nella valle” ci ha spiegato con amarezza la nostra guida Guillermo.

Non solo: l’infrastruttura ha tolto una fetta importante di lavoro a diverse guide e transfer, ha allontanato molti turisti dal contatto diretto con le comunità e in più ha costi proibitivi per i locali, che nemmeno possono usarlo per gli spostamenti lungo la valle. “Il turismo è un aspetto importante per questi territori, porta lavoro e permette alle comunità originarie di tutelare i luoghi” ha aggiunto “Però sta avendo impatti irreversibili. Vedi laggiù? Fino a qualche anno fa lì c’erano i campi, perché è l’unica parte pianeggiante di Purmamarca ed era comodo usarla per coltivare. Ora ci sono b&b ed alojamientos turisticos, tutti di nuova costruzione”.

“La gente vende la terra per due soldi e poi i soldi finiscono subito e la terra per mangiare non c’è più. E’ un problema, perché la nostra identità è da sempre legata al rapporto con la terra, non solo con il turismo…”

Sono stati tanti gli episodi che mi hanno portata a interrogarmi su queste contraddizioni. Uno su tutti: quella volta in cui, in un negozio di Tilcara, non ci volevano vendere la birra di una certa marca (a costo basso) e ci spingevano verso le lattine di birra, ben più care: soltanto in seguito abbiamo compreso che c’è probabilmente un sottaciuto accordo per mantenere alcuni prodotti nella disponibilità di prezzo dei “locali” e non accessibili al gringos... Un modo per tutelare gli abitanti dalle predazioni economiche del turismo. “E’ così evidente che siamo turisti?”, aveva commentato Martin un po’ amareggiato.

Il punto era che ogni ragionamento a riguardo finiva sempre nello stesso punto: la consapevolezza cioè che, nel bene o nel male, pure noi eravamo in qualche modo parte della questione, perché anche noi eravamo turisti. A tutti piace raccontarsi come viaggiatori-non-turisti, lo sappiamo, ma nel momento in cui si tiene in mano un passaporto forte e si ha la disponibilità economica di volare dall’altra parte del mondo si diventa turisti, checché ce si creda.

In tutto il viaggio in Argentina, nessuno ci ha risposto “Europa” alla domanda “Dove vorresti viaggiare?”, perché l’Europa è lontana e l’orizzonte delle proprie prospettive di viaggio si misura in base alle possibilità economiche reali. E quindi la disparità c’è, è innegabile. E’ proprio una questione di rapporto di forza implicito.

E non c’è niente di male in questo, sia chiaro, a patto che si guardi in faccia la cosa e si provi — ogni volta, in ogni luogo — a essere quantomeno dei “bravi turisti”. Che per me significa interrogarsi sull’impatto delle nostre scelte, provare a capire cosa si sta finanziando e sostenendo con la nostra presenza lì e a chi giovano davvero i nostri acquisti, e nel caso fare un passo indietro, rinunciare a vedere o fare qualcosa se abbiamo il dubbio che possa danneggiare chi sul territorio ci abita. Non sempre facile, ne convengo. Però è il minimo, no?

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