Quando siamo capitati per la prima volta a Triora, nell’alta Valle Argentina ligure, abbiamo incontrato anche una coppia di amici: non abitano nel paesello, ma ancora più su, in una delle frazioni montane del “paese delle streghe”, di nome Realdo. «Dove venire a trovarci, assolutamente!», ha esclamato Monica, per poi aggiungere misteriosamente: «Realdo fa parte di Triora, ma è tutt’altra cosa». A noi – che già eravamo rimasti affascinati dall’arroccamento pietroso di Triora, dai suoi carrugi contorti e dalla sua aura tenebrosa da Salem all’italiana – l’idea di scoprire un altro borghetto della zona attirava parecchio: però, abbiamo pensato, eccolo il classico campanilismo da paesini.

Che ci sarà mai di diverso. Saranno declinazioni diverse della medesima bellezza, stradine, case in pietra, panorami, cose così. Realdo, Triora, che cosa cambierà mai?

Poi ci siamo messi in auto, direzione Realdo. Un quarto d’ora di ulteriori tornanti lungo una strada che si apriva in paesaggi di struggente bellezza alpina, e poi eccolo lì, il paese di Realdo. Severo e altero a guardarci dalla cima di una falesia rocciosa.

Realdo

Due parole su Realdo, Verdeggia e sulla Terra Brigasca

Facciamo un passo indietro. Cos’è la Terra Brigasca? E perché Realdo, pur essendo una frazione di Triora, è dal paese ligure ben differenziato? Ma prima ancora: esattamente, dove siamo?

Partendo a ritroso, siamo in Liguria, precisamente nel ponente ligure in provincia di Imperia. La Valle Argentina è la vallata scavata dall’omonimo torrente – che a sua volta trae origine dal Monte Saccarello, il più alto della regione (2201 metri slm) – e sfocia nel Mar Ligure all’altezza di Taggia. Insomma siamo a pochi chilometri dalla Riviera dei Fiori, ma i dolci fasti sanremesi sono lontani, perché per arrivare quassù si sale di quota, si sale fin quasi al confine con la Francia.

Ed è proprio quel confine il “problema”.

Già, perché Realdo appartiene alla Liguria (sotto il comune di Triora) solo dal ’47, mentre prima era – storicamente, culturalmente e linguisticamente – legato al comune piemontese di Briga Marittima, nella Val Roja. Era infatti uno dei masagé, cioè degli insediamenti estivi dei pastori brigaschi costituitisi attorno alle pendici del Saccarello, tra Val Roja, Valle Argentina e Val Tanaro: centro amministrativo e politico restava Briga, da cui discendeva anche la lingua brigasca. Non solo: Realdo era anche l’ultimo dei possedimenti sabaudi sul confine con il regno genovese, a cui appartenevano Triora e Verdeggia (culturalmente brigasco ma politicamente ligure). Tutto questo per dire che di divisioni, in un territorio così piccolo, ce n’erano parecchie: ma la comunità brigasca era coesa, unita dalla lingua e dalle tradizioni pastorali, facilitata in questo dalla sostanziale chiusura con il resto del mondo a causa dell’ambiente montano, impervio e ostile.

Il “problema” nacque dopo la Seconda Guerra Mondiale, con i trattati di pace postbellici: nel ’47, infatti, la comunità brigasca venne smembrata, politicamente e amministrativamente, tra due Stati diversi (Italia e Francia) e tre regioni (Liguria, Piemonte e dipartimento delle Alpes Maritimes). Briga Marittima passò alla Francia e divenne La Brigue; i paesi dell’alta Val Tanaro (Upega, Carnino, Piaggia e Viozene) restarono al Piemonte, mentre Realdo finì in Liguria, dove già c’era Verdeggia. I realdesi, però, liguri non ci si sono sentiti mai e “figùn” è ancora utilizzato come un insulto colorito.

Un casino, in effetti, soprattutto se lo si guarda da fuori. Ma una cosa ci tengono a dirla tutti, in questi sparuti e affascinanti borghi montani: loro sono brigaschi. Italiani, ma brigaschi. Fine della storia.

Verdeggia

E oggi?

Oggi scoprire la Terra Brigasca ligure significa avventurarsi in minuscoli borghi e borgate rimasti apparentemente fermi nel tempo, angoli di mondo alpino sospesi tra ieri e domani, in larga parte disabitati oppure pochissimo abitati, ancora scevri da un approccio alla montagna consumistico e aggressivo. Realdo e Verdeggia sono i due insediamenti principali. Ci sono poi le numerose borgate, come Case Carmeli, Craviti, Abenin, Il Pin, Borniga… Quest’ultima la più importante, un minuscolo agglomerato di case in pietra e tetti in ardesia, dove l’acqua corrente è arrivata soltanto nel 2020 e l’asfalto sulla strada nel 2003.

Niente movida, niente locali alla moda. Niente negozi: i più vicini sono a Triora. In compenso ci sono due ristoranti, due musei dedicati alla cultura brigasca, un’infinità di sentieri che percorrono in lungo e in largo queste montagne. E anche una Pro Loco molto attiva (a Verdeggia), un rifugio per trekker e bikers (a Realdo) e svariate persone del luogo con una grandissima voglia di ricordare e raccontare i tempi della pastorizia, vera economia del territorio: oggi sono rimasti in pochissimi a praticarla, e i loro formaggi sono una meraviglia di sapori e di storie.

Da Realdo, inoltre, è possibile anche raggiungere l’antico capoluogo della Terra Brigasca, la fu Briga Marittima e oggi La Brigue. Dal borgo arrocato si segue la strada che tocca le borgate a monte e poi prosegue verso la Bassa di Sanson: l’asfalto arriva solo poco oltre Borniga, poi è tutto sterrato, un’ora e passa di sobbalzi e curve panoramiche che dalla Bassa scollinano poi in suolo francese, giù fino alla cittadina di La Brigue. Ma non illudetevi: è difficile scorgere l’impronta italiana in questo angolo d’oltralpe, di italiano è rimasto poco.

A La Brigue, soprattutto, si assapora una mancanza: e tutto indossa l’atmosfera malinconica dei luoghi belli, bellissimi, ma un po’ decaduti. Dimenticati, se non da chi ama queste montagne, italiane o francesi che siano.

La Brigue