In questi anni, parlare con chi ogni giorno vive e lavora nelle nostre terre alte mi ha insegnato tantissimo. Molto più di quanto abbia trasmesso io, molto più di quanto mi sarei mai aspettata.
Parlare con i montanari mi ha insegnato la pazienza e l’attesa: perché non si può mettere fretta a chi vive in quota, e ogni cosa ha il suo giusto tempo. Le colture, gli animali, gli incontri. E soprattutto le storie: quelle, in montagna, richiedono la capacità di fermarsi e di mettersi in ascolto, ché non sono mai donate a cuor leggero, e perché il ritmo non lo decidi tu con l’orologio alla mano. Tu ti metti lì e ascolti, se trovi il tempo. Sennò, ciao.
Mi ha insegnato la solidità, il peso tangibile delle cose dette e fatte e condivise: un caffè innaffiato di grappa e offerto prima di andare mungere le vacche, lunghe chiacchierate davanti al fuoco, gli scarponi che crocchiano sui prati gelati mentre si percorrono i sentieri, il valore di un braccio teso verso l’orizzonte e di un “Vedi là?”. In montagna, non esistono small talk, perché anche le cose piccole sono grandi e hanno densità esistenziale.
Mi ha insegnato che “la normalità” è un concetto relativo, e così pure “il sistema” e tutto ciò ci sta dentro e fuori, e va bene così, perché in alto la prospettiva cambia, si fa più ampia, supera i limiti delle scatole di cemento e aspettative che spesso ci costruiamo attorno: e allora forse può essere più facile immaginare, sognare, inventare. Quello dei montanari – di oggi e di ieri – è sempre stato un mondo liminale e di confine… Tra un crinale e l’altro, tra la vetta e il fondovalle, tra la società “di giù” e quella “di su”, e dopotutto la dimensione montana è un brulicare di moltitudini: come mi ha detto la mia amica Chiara qualche giorno fa, “Essere curiose e conoscere più cose è il segreto della montagna. Quassù non si può vivere di monocultura e infatti i montanari si sono sempre occupati di più mansioni e specializzati in più settori”. Un grande insegnamento, nella società capitalistica dell’iperfocus, dell’iperspecializzazione, delle strade di vita tracciate con il righello e incapaci di curve e adattamenti.
Mi ha insegnato anche a decostruire lo sguardo. Eh sì, perché forse all’inizio anche io guardavo alla montagna alla ricerca del “folclore perduto”, e faticavo a comprendere come un pastore con il GPS e le dirette su Instagram dall’alpe non fosse meno “montanaro” di quello che invece viveva ancora come cinquant’anni fa, al contrario. Che la montagna sta cambiando, che le società vive mutano e che le terre alte “contaminate” dalla contemporaneità erano semplicemente – e fortunatamente – terre alte ancora vive, pur con tante difficoltà. A non applicare il mio sguardo (e i miei pregiudizi?) sulle genti di montagna e a restare aperta all’ascolto me l’hanno insegnato man mano le persone e le realtà che incontravo e intervistavo: e sono state loro a rendermi evidente quanto sia composita e variegata e contraddittoria e mutevole la montagna di oggi.
Soprattutto, però, parlare con i montanari mi ha insegnato la responsabilità. L’immensa responsabilità del narrare. Perché non si è mai trattato solamente di “raccontami la tua storia” ma soprattutto di cosa poi io ne avrei fatto, con quella storia. L’avrei strumentalizzata? L’avrei sminuita? Oppure sarei stata in grado di restituire la sincerità con cui mi era stata donata, di usare la mia voce come un servizio? Mi commossi profondamente quando Augusto, un caro amico dalle montagne del Ponente Ligure, dopo aver letto il reportage che scrissi sulla sua terra mi disse: “È la prima volta che qualcuno, venendo quassù a parlare delle nostre montagne, non prende e pretende soltanto, ma restituisce anche”. Mi sentii come se avessi ricevuto una sorta di benedizione, di conferma che la strada era quella giusta.
E tutto sta lì, alla fine. Nell’uso che ciascuno di noi – reporter, giornalisti, creator, divulgatori, semplici appassionati di voci dal mondo – fa delle storie che ci vengono condivise lungo il cammino…
Montanarium