“Metti in conto una cosa importante: non tutti potrebbero avere voglia di condividere la propria storia con te. Perché raccogliere storie, in fondo, è una cosa che serve a te, non certo a loro”.
Così mi aveva detto Candelaria Romero poco prima che partissi per l’Argentina. Scrittrice e attrice teatrale di origine argentina e residente a Bergamo, Candelaria mi aveva contattata su Instagram dopo essere venuta in contatto con il mio progetto Alturas e si era proposta di darmi alcune dritte sulla Valle del Calchaquì e sul paese di Amaicha del Valle, che avrei attraversato nel corso del viaggio.
Ho ripensato spesso alle sue parole mentre mi muovevo tra i paesi andini delle regioni di Salta, Jujuy e Catamarca. Ci ho ripensato perché per la prima volta in Argentina mi sono sentita a disagio nel pormi come reporter. O meglio: per la prima volta sono stata costretta a interrogarmi sul senso e sulle modalità del mio lavoro, e su cosa davvero significasse cercare di fare interviste in un contesto culturale totalmente altro dal mio e all’interno del quale io ero a tutti gli effetti una “turista”, una gringo, e per di più una turista e gringo proveniente da un contesto economico avvantaggiato (leggi: più ricco).

E se il mio voler fare interviste per il libro – mi sono chiesta con un certo disagio – non fosse altro che una forma di “experience” mascherata da intellettualismo, una forma di estrattivismo culturale nel quale io avrei preso molto ma lasciato poco in cambio? E se la spinta a incontrare e conoscere e intervistare fosse anch’essa che una sorta di approccio coloniale, in territori dove la depredazione dei saperi originari da parte degli europei è un dato di fatto da centinaia di anni?
Per quanto io potessi fare il possibile per pormi in modo rispettoso (chi mi conosce lo sa, non sono il tipo di reporter che si impone o che “ruba” storie), mi sono resa conto che “andare a raccogliere le storie dall’Argentina” era una cosa di cui io avevo necessità, ma che alle persone che intendevo intervistare non portava assolutamente niente. Anzi! Non avevano alcun bisogno che io dessi loro voce e spazio, perché le genti delle comunità originarie, i collettivi di tutela contro l’estrattivismo del litio e le cooperative comunitarie la loro voce e il loro spazio – vivaddio – sono benissimo in grado di prenderseli da soli. E se lo prendono eccome: con il proprio linguaggio, i propri tempi, le proprie modalità. Raccontarlo a me era un plus, una gentilezza, ma non una necessità. Io ero accessoria, su quei territori: ero un’ospite. E c’era qualcosa di fondamentalmente arrogante nel pretendere che il mio desiderio di raccogliere le loro storie servisse anche a loro: non era così. Prima l’avessi interiorizzato, meglio sarebbe stato.

Questo ha cambiato profondamente il mio modo di approcciarmi alle storie che incontravo durante il viaggio. Di fatto, ho smesso di cercarle. Ho smesso di mettere il mio ego e il mio bisogno davanti agli incontri, e ho lasciato semplicemente che essi accadessero, e che i racconti arrivassero quando e se c’era davvero voglia di condividerli. Ho re-imparato a vedere le persone, prima che le loro storie o le interviste che potevano nascerne: pensavo di esserne già capace, ma avevo sottovalutato la delicatezza richiesta in luoghi dove le regole del gioco cambiano e hanno presupposti diversi, ed è stato doloroso rendermene conto. Doloroso ma fondamentale, perché a conti fatti solo così sono stati possibili gli incontri migliori.

Come quello con Guillermo, guida di origine Aymara che ci ha accompagnati alle Salinas Grandes e guidati nella cosmogonia andina per decifrare i territori alti di Jujuy, oppure come quello con Clementina, la nostra “padrona di casa” a Tilcara che ci ha raccontato cosa significasse vivere nella Quebrada de Humahuaca pur essendo originaria di Buenos Aires. Ancora, l’incontro con Teresita della comunità originaria Diaguita di Cafayate – che nel raccontarci della Cueva del Suri ci ha anche mostrato come il suo popolo millenni fa leggevano il cielo stellato – o quello con Antonio e Candela, giovani studenti di Salta appassionati di astronomia, con i quali abbiamo trascorso un’intera serata sui tetti dell’università parlando di vita in Argentina, sogni per il futuro e fisica in un misto di italiano, spagnolo e inglese. E poi Ernesto, innamorato della sua puna e appassionato di enduro e di pesca alla trota; lo scorbutico eremita don Simon, che da decenni vive solo in una vega lontanissima dal paese; la giovane Tania al mercato di Cafayate, che sogna di trasferirsi in Canada; l’artista hippy Herardo, che crea splendidi batik ispirati alla simbologia andina; l’intraprendente Olga, dell’hosteria de altura nel remoto paese di Antofalla, e la vivace Fabricia, panettiera di Antofagasta de la Sierra che ha curato il nostro mal d’altura e di vastità con caffè e dolcetti…

Persone, prima che storie. E storie, prima che interviste. A cui devo la mia gratitudine, perché pur senza saperlo sono stati in grado di insegnarmi – di nuovo – cosa significhi fare la reporter. Cosa significhi davvero.
Montanarium