Quando sono rientrata in Italia dopo un mese in Argentina, tutto mi è sembrato improvvisamente piccolo. Le strade, le città. I paesaggi. Il cielo. Tutto mi pareva ridotto in scala, la versione giocattolo delle medesime cose dall’altra parte dell’oceano.
L’Argentina è stata la mia prima volta fuori dall’Europa, e tra le varie “prime volte” che essa ha comportato (il primo jet lag, la prima primavera australe, il primo cielo senza la stella polare, eccetera) la più impattante è stata senza dubbio il primo incontro con la vastità sconfinata dello spazio. Il primo confronto con il senso dell’immenso.
Chiudo gli occhi, e ripenso alle infinite distese verdi e anfibie di Entre Rios e Corrientes e alle lussureggianti ondulazioni di Misiones, che abbiamo solcato su un bus a lunga percorrenza. Ore e ore di paesaggio pressoché identico eppure mai uguale: paludi coperte di ninfee, palafitte tra i canneti, mandrie al pascolo, villaggi polverosi nella luce dorata del tramonto. E poi, baluginio di fiumi nebbiosi, strade di terra rossa che scompaiono nella selva, ombre viola tra gli eucalipti mentre cala la sera sulla strada… Al confronto – ricordo di aver pensato – la Pianura Padana è un umido, angusto cortiletto.

Chiudo gli occhi, e ritorno con il pensiero alla Cuesta de Lipan, la tortuosa strada che collega il villaggio di Purmamarca alle Salinas Grandes, nella regione di Jujuy: ore di curve e tornanti tra i 3.000 e i 4.000 metri di quota, tra rocce colorate e guanachi immobili tra i cespugli spinosi. La meraviglia per la bellezza del paesaggio era pari soltanto allo stupore nello scoprire che quegli spazi immensi e apparentemente vuoti in realtà così vuoti non erano: la nostra guida Guillermo ci indicava ora un’apecheta (cumuli di pietre rituali dedicati alle offerte per la Pachamama), ora una minuscola casa de campo mimetizzata tra le rocce con il fumo dal camino e fazzoletti di verde sul pendio, ora un tubicciolo infilato nelle pietre laddove sgorgava acqua potabile, ora una pastora con un fascio di rami secchi sulle spalle e pecore ossute tutt’attorno, tremolanti contro l’orizzonte infuocato.
Un’immensità abitata, ecco cos’era, e abitata così discretamente che senza Guillermo forse non ci avrei nemmeno fatto caso.

Chiudo gli occhi, e risento il senso del sublime di romantica memoria provato dinnanzi alla vastità minerale e fuori scala di Antofagasta de la Sierra, nella puna catamarquena: non solo meraviglia ma anche vertigine e smarrimento, quasi timor sacro, mentre nel petto si faceva spazio a forza la consapevolezza che avevo davanti agli occhi chilometri e chilometri quadrati di vulcani, saline, montagne e lagune… Uno spazio così aperto, così grande, che non riuscivo a concepirlo nemmeno mentre ci stavo dentro, mentre lo abbracciavo a 360° con lo sguardo.
Come si può confrontare l’essere umano, con queste dimensioni? Quanta forza si deve avere, per non essere schiacciati da tutto questo?
Perché c’è chi ci abita, quassù… Nell’aria rarefatta degli oltre 3.000 metri, in un clima così secco ed estremo che se un animale muore non si decompone ma si mummifica, in paesi che distano tre o quattro ore di sterrato dal paese più vicino e che ciononostante hanno scuole, presidi medici, connessioni internet perfette. Mentre ero ad Antofagasta de la Sierra pensavo che c’erano più servizi lassù che in certi paesi delle nostre Alpi o Appennini, che pure alla “civiltà” urbana sono molto più vicini.

Tornare, mi sono resa conto, non è mai tornare davvero, perché poi ti porti dietro ciò che hai visto e assorbito, e tutto quanto poi farà parte di te e del tuo sguardo. Paragonare la vastità dell’Argentina alle distanze italiane non ha senso, sono mondi diversissimi: eppure, per certi aspetti, cambiano le dimensioni e le ampiezze ma i problemi di marginalità, lavoro, confronto con il “potere”, turismo e sfruttamento sono molto simili. Hanno matrici simili, ricollegabili al medesimo sistema. Montagne diverse, ma non poi così tanto. Nonostante tutto. E questa è la lezione principale che mi porto a casa e mi tengo cara da questo ritorno, quella che indirizzerà il mio sguardo anche nelle prossime peregrinazioni di Montanarium, vicine e lontane.
Montanarium