“Alpine divorce”: un fenomeno che dice poco della montagna e molto della società

In queste ultime settimane è balzata alle cronache la definizione di “alpine divorce”, cioè il fenomeno (emerso grazie ai social network) dell’abbandono di un partner durante un’escursione di coppia di trekking in montagna.

In parole povere, uno dei due va avanti — vuoi perché cammina più velocemente, vuoi perché hanno discusso, vuoi perché gli obiettivi di camminata non coincidono con quelli dell’altra persona — e l’altro si ritrova indietro, di fatto abbandonato.

Il fenomeno pare sia più diffuso del previsto, e il partner lasciato indietro è quello più debole o meno allenato, quello che cammina meno velocemente e che viene percepito come “peso” da chi invece cerca performance e risultato: insomma, quello più in difficoltà durante l’escursione. Con tutti i rischi potenziali che questo abbandono comporta. Il fenomeno sarebbe diffuso molto negli USA, ma anche qui da noi non mancano esempi di questo tipo, né le testimonianze di gente — soprattutto donne — lasciate indietro dal partner in montagna anche sulle nostre italiche alture.

Quando si parla di montagna, sia in termini di vita in altura che di escursionismo, la tendenza generale è quella di raccontare solo il bello: l’esperienza positiva e quasi mistica, il contatto con la natura, il superamento dei propri limiti. Risulta molto più difficile far emergere i lati problematici dell’esperienza, spesso derubricati a “menate da merenderos” o da sciocchezze social. E questo, secondo me, è un problema che ne contiene altri, tipo scatole cinesi.

Perché sì, la tendenza dei social è di affibbiare un’etichetta in inglese a qualunque cosa, creando trend anche laddove non ce ne sono. Però è altrettanto vero che le testimonianze di persone lasciate indietro in montagna esistono, sono reali, e sappiamo tutti che quando si cammina in quota cose come stanchezza, fatica o difficoltà tecniche non sono solo “capricci” di uno/una che non vuole fare fatica ma possono diventare velocemente dei pericoli.

Penso che l’alpine divorce racconti più delle relazioni umane attuali che della montagna di per sé. Chi la montagna la frequenta con criterio e consapevolezza conosce i rischi che comporta, per sé e per gli altri, e la vive di conseguenza: un montanaro non lascerebbe mai per strada una persona in difficoltà. Non fa parte della filosofia con cui la montagna è sempre stata vissuta, che ha come base il rispetto. Ma, d’altronde, la montagna ormai la frequentano tutti, anche senza conoscerne le regole di base, pure quelle non scritte: e se l’obiettivo della montagna non è più il contatto con la natura e con il sé, ma diventa la performance, la vetta da raggiungere, il machismo del proseguire nonostante tutto… Allora tutto cambia. Anche l’analisi che si fa sul fenomeno.

Perché non riguarda più la montagna ma le persone di 💩 che si diventa quando la realizzazione personale fa mettere in potenziale pericolo altre persone. Insomma chiamarlo “alpine divorce” secondo me sposta il focus, lo rende quasi una cosa su cui scherzare sui social, quando in verità mi pare più un atteggiamento che rende evidenti altre problematiche, di stampo relazionale.

Check Also

Parlare con i montanari mi ha insegnato che…

In questi anni, parlare con chi ogni giorno vive e lavora nelle nostre terre alte mi …

Translate »