domenica , 25 Febbraio 2024

Media italiani e questioni climatiche, tra scarsa copertura e troppi interessi

Un giornalismo che non racconta la crisi climatica ma che dipende dai finanziamenti delle aziende inquinanti: e così, mentre la copertura mediatica data alle questioni ambientali continua a essere esigua, lo stesso non si può dire della presenza di sponsorizzazioni di aziende responsabili dell’inquinamento globale e, quindi, della loro influenza sull’informazione. È questo il quadro che emerge dal monitoraggio periodico di Greenpeace Italia con l‘Osservatorio di Pavia, istituto di ricerca specializzato nell’analisi della comunicazione: un quadro inquietante, perché dimostra l’ambivalenza pericolosa di un settore – quello giornalistico – che di fatto viene meno al suo ruolo.

I dati del report sui media italiani

Il report di Greenpeace, che ha analizzato la copertura mediatica dei cambiamenti climatici nel 2022, ha analizzato come la crisi mediatica sia stata raccontata tra settembre e dicembre 2022 dai cinque quotidiani nazionali a tiratura più ampia (Corriere della Sera, la Repubblica, Il Sole 24 Ore, Avvenire, La Stampa), dai telegiornali serali delle reti Rai, Mediaset e LA7 e da alcuni programmi televisivi di approfondimento, e va a completare il monitoraggio effettuato sul resto del 2022.

Il risultato? Negli ultimi quattro mesi dello scorso anno, il numero di articoli in cui si trattano apertamente le questioni climatiche sui principali giornali è diminuito rispetto al quadrimestre precedente (con una media di 2,5 articoli al giorno), con un picco di interesse soltanto a cavallo della COP27 di Sharm El Sheik e dell’alluvione su Ischia. In compenso aumenta lo spazio dato dai media alle pubblicità delle industrie dei combustibili fossili, delle aziende dell’automotive, aeree e crocieristiche, cioè quelle che più impattano in termini di emissioni e clima (6 pubblicità a settimana, quasi una al giorno: il doppio rispetto al quadrimestre precedente). Un trend confermato anche dall’analisi dei soggetti che hanno più voce nel racconto della crisi climatica: se al primo posto, con un 21% di copertura, ci sono i politici e le istituzioni internazionali, al secondo ci sono invece le aziende (15%), mentre le associazioni ambientaliste sono al terzo posto (14%) seguite dagli esperti del settore (10%) e da politici e istituzioni nazionali (10%), a riconferma dell’influenza dell’ mondo economico sull’informazione.

fonte: Greenpeace Italia

Grandi media: una riflessione

Il quadro delineato dal rapporto è sconfortante, ma mostra semplicemente nero su bianco una tendenza che va osservata su larga scala, che oggi parla di clima ma potrebbe essere applicata a qualsiasi ambito: la pericolosa dipendenza del grande giornalismo italiano dai poteri economici, pericolosa perché va a intaccare alla base la conditio sine qua non del mondo dell’informazione, cioè l’indipendenza.

Che libertà avrà mai un giornalismo simile? Che obiettività avranno mai le sue notizie? E ancora: se queste sono le premesse, verso quale obiettivo è realmente direzionato il lavoro della stampa: informare i cittadini, o blandire i finanziatori? E questo vale sia per le questioni climatiche, sia per le loro reali implicazioni sui territori, sia per tutti gli altri temi che impattano sulla vita dei cittadini.

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