In questi giorni ho letto l’interessante riflessione de L’Altramontagna su Instagram, che si domandava “Cos’è veramente autentico in montagna?”, e che riportava l’esempio – vissuto in prima persona dall’autore – di una visita nella foresta ecuadoriana in cui la guida (un ragazzo normalissimo, in jeans e maglietta) si era travestita da indigeno a uso e consumo del gruppo di turisti, con tutti gli stilemi e i comportamenti che i turisti si aspettavano dall’idea di “indigeno”. Una recita, insomma.
In uno dei commenti al medesimo post su Facebook, una ragazza raccontava un esempio analogo avvenuto in Giappone, in cui il gruppo che si esibiva in spettacoli tradizionali per i turisti si era arrabbiato quando qualcuno li aveva fotografati anche “al di fuori” della rappresentazione teatrale, perché non volevano condividere la propria autenticità – questa sì, reale – con i turisti.
Questi due racconti mi hanno fatto sorgere una domanda. E cioè: possibile che nei luoghi turistici (soprattutto quelli con un’identità fino a poco tempo fa molto forte e radicata e ora vittime di un crescente interesse turistico: la montagna, ma anche molte aree del mondo in cui infine è arrivato anche il turismo meno attento) fare la rappresentazione “a uso e consumo del turista” sia un modo per proteggere la propria identità?
Del tipo, ti do questo (che sia uno spettacolino, un determinato atteggiamento, un certo tipo di vestiario, qualcosa insomma che tu turista ti aspetti dall’idea che hai di me) e fattelo bastare… E poi, al di fuori di esso, lasciami vivere la mia vita e stai fuori dai piedi.
L’autenticità è ciò che sta fuori dalla rappresentazione per il turista (ovviamente), e la maggior parte delle persone nel mondo non ha voglia (giustamente) di condividerla con tutti quelli che passano. La protegge, offrendone una rappresentazione falsata e stereotipica. Se la guardo in questo modo, posso capire l’autostereotipizzazione, anche se questo rende tutto molto più difficile (e costoso, e “finto”) per chi invece cerca di viaggiare per genuino interesse e scambio umano.
Questo tema da sempre mi sta particolarmente a cuore, e ora – che mi sto imbarcando nell’avventura di Alturas e nella ricerca di storie di vita andina nel nord dell’Argentina – ancora di più. Perché mi rendo conto che per tutti è facile restare invischiati, più o meno consciamente, in questa insidia rappresentativa.
Perché per tutti è più suggestivo fotografare un montanaro con cappellaccio di feltro e camicia a quadri su sfondo di vette alpine, che un pastore con lo smartphone in mano seduto a scrollare IG mentre le vacche pascolano; è più suggestivo immaginare che il nostro sguardo si sia posato su un “indigeno” quando lo vediamo con il poncho e il lama al seguito, che non in motocross e gps per orientarsi nella puna. Ma quello sguardo, quelle aspettative, in fondo altro non sono che un’aspettativa coloniale… Con cui rischiamo di colonizzare non solo il territorio fisico ma anche quello culturale di altre persone, soltanto per sentirci in qualche modo benedetti da un contatto con il “vero”. Come se tutto il resto del mondo, insomma, dovesse essere lì a fare da specchio ai nostri bisogni.
Mi rendo conto che il discorso è più ampio, che molte storture che vediamo in montagna nascono da biechi interessi economici e da una miopia istituzionale elevata all’ennesima potenza, ma resto comunque convinta che il problema del turismo nasca soprattutto da ciò che i turisti si aspettano (che sia autenticità, pace, bellezza, silenzio, quello che è… Comunque un’aspettativa esterna sui luoghi) e da come i vari territori e chi li abita rispondano a queste aspettative. Anche, appunto, per proteggersi, mimetizzandosi nelle maglie dei nostri desideri per tutelare ciò che non può essere messo a reddito o in vendita.
Montanarium