domenica , 25 Febbraio 2024
Un'antica storia di lavanda | Montanarium

Un’antica storia di lavanda

Patrizia Cugge è una donna piccola, esile, con un ciuffo di corti capelli rossi a scivolarle di tanto in tanto davanti agli occhi. Se lo scosta con un gesto rapido tra una falciata e l’altra, e la lama ricurva guizza nel sole prima di calarsi nuovamente tra i fiori e mozzare i lunghi gambi affusolati. La conca di Drego, nell’Alta Valle Argentina, è come il palmo di una mano verde di prati alpini rivolti a meridione: da qui lo sguardo si spinge fino al mare della Riviera di Ponente, e nelle giornate più terse – dicono – si vede addirittura la Corsica. Oggi però c’è foschia: persino a mille metri di quota fa troppo caldo. E a suggellare la strana combo di paesaggio montano e clima marino è l’intenso e inebriante profumo della lavanda appena tagliata, che si spande dappertutto come una sorta di ubriacatura.

Sono solo le nove e mezza di una calda mattinata di fine luglio, e i pendii assolati di Drego brulicano di gente all’opera sotto lo sguardo attento di Patrizia. Uno dopo l’altro, i cespugli di lavanda vengono spogliati dal loro abito violetto: a tagliare sono soprattutto donne, giovani e anziane, chine sul prato, mentre agli uomini tocca il compito di caricare sulle spalle i “cùi”, gli enormi fagotti dagli angoli annodati e rovesciarli uno dopo l’altro sul pianale del camion.

«Siamo in piedi dalle quattro, oggi», spiega Patrizia, stiracchiandosi. «All’alba abbiamo lavorato nel campo alto, lassù, oltre quelle rocce, a 1200 metri. E qui abbiamo quasi finito, mancano solo pochi cespugli, vedi? Poi si fa colazione tutti insieme».

Patrizia e sua sorella Rita sono i volti e i pilastri dell’Antica Distilleria Cugge, realtà locale a conduzione familiare che da tre generazioni coltiva e distilla le erbe officinali tipiche della Valle Argentina, lavanda in primis. E io ho avuto la fortuna di incontrarle proprio nel momento clou dell’anno: la raccolta della lavanda in fiore, pronta per essere trasformata in pregiato olio essenziale.

Terra di lavanda selvatica

La raccolta della lavanda fa parte della storia di questa valle come ne fanno parte gli ulivi, le streghe, la pietrosa bellezza. È una costante, che per lunghissimo tempo ne ha delineato la storia, rinforzando le piccole economie domestiche degli abitanti delle borgate e dei paesi dell’entroterra. Il merito è soprattutto del clima: alpino, certo, ma dalle venature mediterranee. Si sente nell’aria, nel vago senso salmastro che resta nelle narici. La Liguria, si sa, è terra sottile di mare e di montagna, ed ecco allora che l’influsso rivierasco quassù crea la magia: erbe officinali e aromatiche intensissime, e ad altitudini inaspettate.

La lavanda selvatica è la regina delle officinali, qui sui pendii della valle. Cresce a ispidi mazzi tra l’erba e punteggia i prati con chiazze del colore del mare: le si vede anche dalla macchina, guizzi azzurro-violetti che ronzano di api e bombi nella secca calura estiva. Per secoli, la gente del posto l’ha raccolta e distillata, per ottenere l’olio essenziale da rivendere a valle e per ricavare così qualche soldo in più.

«Dovevate sentire il profumo», sorride Stefano Caponi, 88 anni, del paese di Carpasio. «Quando si distillava la lavanda, si sentiva il profumo in tutto il paese. E poi l’acqua avanzata veniva usata dalle donne per lavare le lenzuola e gli abiti e per pulire le case. L’olio essenziale, invece, scendevamo a venderlo sulla costa. Era un momento che tutti noi giovanotti aspettavamo. Ci mettevamo un fazzoletto profumato nella giacca e scendevamo in città, e con i soldini ricavati ci compravamo qualcosa di nuovo, il biglietto della corriera per tornare a casa… E qualcuno anche un giretto da Mamma Rosa», e ci strizza l’occhio con un sorriso furbo.

«La lavanda selvatica della Valle Argentina era pregiata», ci spiega Patrizia Cugge, mentre recide gli ultimi mazzi del campo basso di Drego. «E per la gente del luogo era molto importante, aiutava ad arrotondare e a fare fronte alle spese impreviste. Infatti chi raccoglieva la lavanda passava anche la notte in quota, per essere certo che nessuno rubasse il suo raccolto e lo rivendesse. Alcuni distillavano in proprio con alambicchi rudimentali, ma la maggior parte dei raccoglitori vendevano direttamente i fiori alle distillerie».

Due sorelle e tre generazioni

Ad avviare l’Antica Distilleria Cugge – oggi la più antica delle piccole realtà che coltivano e distillano lavanda in zona – è stato a fine Ottocento Giuseppe “Pepin” Cugge, che come molti altri abitanti di queste vallate tra la fine di luglio e l’inizio di agosto saliva in quota – tra i 1000 e i 1200 metri d’altitudine – alla ricerca della pregiata lavanda selvatica. L’olio essenziale di altissima qualità ricavato dalla distillazione in alambicchi rudimentali veniva poi venduto in Francia o sulla costa, per la realizzazione di profumi o preparazioni medicinali.

È stato invece il padre delle sorelle Cugge a fare il salto di qualità: stessa lavanda, ma coltivata in due campi in quota, sopra la località Drego, uno dei punti più incontaminati della valle. Tuttavia, con l’avvento della chimica nell’industria profumiera è andata man mano calando la richiesta di olio essenziale naturale, più buono certo, ma anche più costoso di quello di sintesi. Così, quando l’uomo ha deciso di smettere, la distilleria è stata presa in carico dalle due figlie, per mantenere vivo il condensato di sapere e tradizione che vi sta alla base. Oggi l’Antica Distilleria Cugge produce olio essenziale di lavanda e altre erbe officinali, come il rosmarino o l’alloro, oltre a idrolati e a una prima linea di prodotti cosmetici, privi di parabeni e petrolati e assolutamente eco-bio.

«Tutto il processo di coltivazione, raccolta, lavorazione viene effettuato a mano e nel modo più naturale possibile, come una volta», specifica Patrizia. I campi non hanno mai conosciuto alcun prodotto chimico, per tagliare i fiori usiamo i falcetti e poi distilliamo in corrente di vapore, con fuoco di legno di castagno. E la distillazione va fatta subito, immediatamente dopo la raccolta, altrimenti si perdono gli oli essenziali della pianta».

La raccolta degli ultimi mazzi termina attorno alle dieci, quando il sole è già alto. Si riversano sul camion gli ultimi cùi, si poggiano i falcetti, ci si siede finalmente all’ombra fresca e verde di una quercia enorme e dalle cassette di plastica si tirano fuori teglie, bicchieri, coltelli e tovaglioli: è tempo di colazione, all’insegna della torta verde ligure – con ripieno di zucchine e riso – e di vino prodotto nell’azienda agricola qualche centinaio di metri più sotto, ed è il tempo del riposo. Poi – già nel pomeriggio – inizierà la distillazione. La magia della lavanda della Valle Argentina.

Check Also

Il tamburaio delle Madonie

Un tamburo per raccontare storie. Per celebrare la natura: il vento che cala dalle montagne, …

Translate »