lunedì , 24 Giugno 2024

Tra le storie di Carpasio

Giungiamo a Carpasio che è tardo pomeriggio: dal fondo valle s’è levata una foschia grigia, leggera come un velo, che ha avvolto la strada proprio dietro di noi mentre ci lasciavamo alle spalle l’abitato di Montalto Ligure e salivamo verso questo pugno di case nel Ponente ligure, a ridosso delle valli del Maro, di Prelà e di Rezzo. Le valli liguri sono un gomitolo di storie e intrecci e di valli e torrenti: ciascuna sconfina un poco nell’altra, si sfilaccia in miriadi di valli più piccole e più impervie, e qui soprattutto – più che altrove – si intravede la tenacia ostinata di abitanti che pur di cavar fuori qualcosa dalla terra hanno terrazzato pure la roccia, su fin quasi alla cima delle montagne. Salendo verso Carpasio il paesaggio è una continua striatura di muretti a secco mangiati dal bosco e dalle sterpaglie. Il torrente Carpasina mormora sottostante alla strada, il vento fruscia tra l’erba estiva.

Ci sono zone in cui sembra più facile sentire i sussurri di un passato sbiadito. E non è tale solo perché oggi molta meno gente abita questi luoghi, no: lo è perché è sbiadito anche un certo modo di vivere, di concepire il mondo e l’ordine delle cose. Carpasio mi pare un paese che ha tenuto un piede poggiato in un altro tempo. Una dimenticanza? Una nostalgia? O la scelta pacata e silente di un paese che non vuole dimenticarsi del suo passato?

Carpasio, tra la Valle Argentina e la Valle del Maro

A Carpasio la prima cosa che capita è che non prende il telefono. Zero proprio. Il problema è che Maria Teresa Natta – il mio contatto in loco nonché consigliera carpasina del comune sparso di Montalto Carpasio – si aspettava una mia chiamata non appena fossi giunta al parcheggio. Che fare dunque? Semplice: in queste occasioni si mobilita il passaparola di paese. All’ombra degli enormi alberi che delimitavano l’imbocco all’abitato ci sono due signore: chiedo loro di Teresa, ovviamente la conoscono, loro si muovono e dopo cinque minuti Teresa arriva. È una bella signora magra e distinta, con lo sguardo gentile e diretto. «Ho preparato due cose per voi presso il vecchio forno comunale», ci spiega, e noi la seguiamo tra i carrugi di Carpasio.

Siamo a circa 700 metri sul livello del mare, e sebbene Carpasio nel 2018 sia stato accorpato con un referendum a Montalto Ligure (è stata la prima fusione comunale della Regione Liguria), l’appartenenza è diversa: tecnicamente afferisce alla Valle Argentina, ma storicamente e culturalmente l’abitato – con le sue frazioni principali di Costa e Arzene – è sempre stato più legato a Borgomaro e alla valle del Maro. «Il tracciato che univa Carpasio a Borgomaro era chiamato “sentiero dei morti“, perché era lì che si andava per i battesimi e pure per seppellire i defunti», spiega Teresa. «Carpasio è un paese di agricoltori, pastori, carbonai. Qui si viveva una vita semplice e povera». Camminando nel paese incrociamo alcune persone: un uomo che lavora al motore del pick-up, due donne che chiacchierano mentre i bambini giocano in strada. Teresa ci spiega che molti, in estate, tornano a Carpasio per trascorrere alcune settimane in tranquillità.

«Però ad abitarci stabilmente siamo in circa un centinaio. Ci sono pochi servizi, la scuola è lontana, poche corse del pullman… Non è facile far ritornare le famiglie. Si potrebbero regalare le case, come stanno facendo alcuni comuni, ma servirebbero anche altre cose, contributi, incentivi…».

Quando arriviamo al forno comunale, ad attenderci c’è anche Stefano Caponi, 88 anni, carpasino doc. Ha un’aria mite e pacata, ma dietro l’apparenza placida si celano uno sguardo vispo e vigile e la battuta sempre pronta, sferzante e arguta come un fuscello di nocciolo appena sfrondato. «Stefano è la memoria storica di Carpasio», ci spiega Teresa. «Non potevo non invitarlo». E lui – questo signore di quasi novant’anni con lo sguardo liquido e vivace di un ragazzo – ha una gran voglia di raccontarsi: timido all’inizio, pian piano si scioglie e inizia a ripercorrere pezzetti sparsi della vita del paese…

Memorie e sapori attorno al forno

Il forno comunale, ad esempio. Come già altrove, anche a Carpasio il forno collettivo rappresentava un po’ il fulcro della comunità. «Ogni tre anni veniva indetta un’asta per la sua gestione, che era in capo a tre famiglie carpasine: due si occupavano della legna, una invece era quella del fornaio», racconta Stefano. «Un forno così grande ci metteva anche più giorni per scaldarsi a pieno regime. Venivano fatte due infornate al giorno, per un totale di centinaia di pani: eh, c’era tanta gente a quel tempo! Ogni famiglia metteva sulle forme di pane il proprio segno, per poterle riconoscere una volta cotte». Ci indica poi alcuni grossi testi in rame, posti accanto all’apertura del forno, e ci spiega la cottura delle tipiche torte verdi, ripiene di riso bollito nel latte e zucchine, bietole, borragine o radicchio selvatico a seconda delle stagioni: si preparava una bella brace con i tralci secchi di vite, si metteva la torta nei testi di rame, la si bagnava con un po’ di acqua o di olio e la si copriva con il coperchio, a sua volta coperto di brace fino a cottura ultimata.

C’è poi il pane d’orzo alla carpasina, altra preparazione tipica di questo territorio di pecore, capre e terra avida e difficile: Teresa ce ne ha preparato un piatto per farcelo provare. Si tratta di un pane di farina d’orzo macinata a pietra, compattata e poi tagliata a fette con il filo prima della cottura: il risultato erano fette di pane durissimo, mangiabile solo dopo averlo inumidito con un goccio di acqua tiepida e cosparso di pezzetti di pomodoro cuor di buone e basilico fresco. E olio, ovviamente, prodotto in queste vallate già dall’antichità.

«È l’olio a fare buono il pane», commenta Stefano. «Ma con tutta la fatica che facevamo per raccogliere le olive e produrlo, noi ne usavamo pochissimo… Giusto un filo. Mia mamma inseriva nella bottiglia di olio un fuscello di legno, e per condire il pane usava ciò che ne gocciolava. Non si sprecava neanche una goccia».

Era una cucina umile, frutto di una società rurale e di un’economia prevalentemente di sussistenza. Sulle fasce si coltivavano grano, orzo, patate, fagioli. C’erano l’olio e le olive e c’erano i prodotti della pastorizia. Carne, invece, ce n’era poca: era soprattutto carne bianca, polli, galline, conigli. Le capre servivano alle famiglie per tenere pulite le fasce dalle sterpaglie. Altre vite, viene da pensare, guardando i pendii fino a pochi decenni fa coltivati per sopravvivere e ora abbandonati all’avanzare del bosco.

«Noi, solo dei tedeschi avevamo paura»

Stefano è un fiume di aneddoti del paese. Ci racconta della raccolta della lavanda selvatica, del profumo che invadeva le vie di Carpasio quando si distillava l’olio essenziale e le donne usavano l’acqua residua per lavare le lenzuola, gli abiti e le case, e ci racconta di quanto i giovanotti non aspettassero altro che scendere a valle a vendere l’essenza di lavanda e regalarsi così una giornata in città, un vestito nuovo, qualche piccolo sfizio…

Diventa serio e distante solo quando rievoca altri tempi, bui questa volta, carichi di brutti ricordi: la guerra, che lui visse da bambino. Carpasio e le valli limitrofe furano zone di scontri, ritorsioni, resistenza e partigiani: Stefano ci racconta di quando tutto il paese – donne, anziani e bambini – scese a valle, ciascuno con un fazzoletto bianco in mano, per fermare i nazisti che intendevano radere al suolo il paese come ritorsione per un attacco partigiano. Ci racconta delle perquisizioni nelle case, dei tedeschi “brujacasette” (così li chiamavano), e del terrore che gli rimase addosso per lungo tempo delle ante che sbattevano alle finestre, anche dopo la guerra: gli ricordavano ogni volta gli spari improvvisi. «Male non fare, paura non avere. Così si dice. Noi, qui, avevamo paura solo dei tedeschi, perché erano stati loro a fare tante cose brutte, alla gente, ai paesi». Stefano tira un forte sospiro, si mette le mani in tasca, guarda lontano per qualche attimo.

«E non è stato mica facile, sapete, anni dopo, vedere che arrivavano anche i tedeschi in vacanza da queste parti. Non è stato facile vederli comprare case per venire in villeggiatura. Perché certe cose rimangono, anche se non vuoi rimangono nei ricordi e nella storia…».

 

A ricordare quel periodo, a Carpasio c’è oggi il Museo della Resistenza: sito nella frazione di Costa, vi si trovano esposti documenti, fotografie, cimeli e materiale bellico vario legato alle operazioni partigiane nella zona dell’entroterra del Ponente ligure. Insieme al Museo della Lavanda, costituisce un legame imprescindibile con il passato e con le radici di questo piccolo, pacato ma vibrante paese dell’entroterra.

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