C’è una narrazione della montagna fuorviante e pregiudiziale, talvolta caricaturale, che descrive il montanaro come un perenne “nonno di Heidi”. E poi ce n’è un’altra, che racconta invece un nuovo modo per vivere la montagna: con gli scarponi ai piedi, ma lo smartphone in mano. Sono i nuovi montanari, giovani e tecnologici, capaci di far dialogare mondi diversi senza perdere le proprie radici. Anzi, rilanciandole. Secondo Paolo Valoti – presidente del Cai di Bergamo, coordinatore dell’unione bergamasca sezioni e sottosezioni del Cai bergamasco e dell’osservatorio per le montagne bergamasche – quando si parla di “ritorno alla montagna” non si può sottovalutare questa chiave di lettura. Perché, spiega, «per promuovere e tutelare un territorio difficile e articolato come quello montano, è necessario un dialogo continuo con chi vive di montagna in montagna. Con chi vi abita e vi porta innovazione e capacità di visione sostenibile, anche economica».

Signor Valoti, se parliamo di ritorno alle terre alte, di quale montagna stiamo parlando? La montagna degli alpinisti è la medesima montagna dei “montanari”?

Quando si parla di montagna, è importante distinguere tra l’alta montagna, che è il terreno dell’incontaminato, cioè lo spazio oltre i rifugi e i sentieri, e la media montagna, laddove cioè per secoli uomini e donne hanno da sempre plasmato il territorio, definendo forme di agricoltura, allevamento e gastronomia peculiari. E questo è un concetto basilare, su cui credo sia necessario riflettere e impostare qualsiasi discorso in merito all’abitare le terre alte…

Senza chi la vive, la montagna è pietre e sassi: bellissima, certo, ma vuota. È fondamentale riconoscere e rispettare il legame indissolubile che intercorre tra le terre alte e le genti che le vivono, le lavorano, le trasformano da sempre in spazi vivi sotto il profilo umano, economico, culturale.

Mi piace pensare che si possa essere montanari per radici oppure per scelta di vita: entrambe sono condizioni che possono dialogare, lavorare insieme – anche partendo da presupposti o esperienze diverse – per costruire il futuro delle nostre montagne “abitate”.

Un’alleanza, dunque, tra chi la montagna la fruisce e tra chi la montagna la vive?

Esattamente. Come CAI in generale, e come CAI Bergamo in particolare, c’è piena consapevolezza del fatto che per perseguire le proprie finalità di promozione, conoscenza e tutela del territorio montano, è fondamentale favorire, affiancare e allearsi concretamente con chi vive di montagna in montagna. È fondamentale, ripeto, perché la montagna non è solo alpinismo, e perché non si può fare alpinismo reale senza una visione sociale, solidale e inclusiva delle terre alte nella propria complessità geografica, culturale, lavorativa. In altre parole, credo sia essenziale tessere un’alleanza trasversale per le terre alte, un dialogo costante tra visioni e punti di viste diversi ma interconnessi.

Il Cai Bergamo si è fatto promotore negli ultimi anni del progetto “Save the mountains and their cultural heritage”, orientato come dice il nome a tutelare e valorizzare non solo il territorio montano ma anche il suo patrimonio culturale. In che modo?

Il progetto “Save the mountains and thei cultural heritage – Salviamo le montagne e il loro patrimonio culturale” è stato realizzato tra sentieri, valli e rifugi delle Orobie Bergamasche per promuovere insieme valori comuni di educazione e sostenibilità per le genti e i territori di montagna, organizzato dalla Sezione di Bergamo del Club Alpino Italiano insieme al Consorzio del Bacino Imbrifero Montano del lago di Como e fiumi Brembo e Serio e al Consorzio del Bacino Imbrifero Montano dell’Oglio, e in collaborazione con le istituzioni dell’Osservatorio delle Montagne Bergamasche. È un collettore di altri progetti, che vanno dagli eventi di sensibilizzazione alla promozione di sinergie territoriali, dalla messa in rete di realtà attive in montagna al sostegno concreto per chi voglia fare impresa in quota. Due esempi su tutti? La valorizzazione del ruolo dei rifugi come presidi di pubblica utilità e di saperi, e il progetto Young People for the Mountains (#Y4M), con cui nell’estate 2021 abbiamo permesso a 500 ragazzi e ragazze under 30 lombardi di trascorrere alcuni giorni in rifugio, con l’impegno di restituire un proprio “diario di bordo” e interviste a rifugisti, pastori, alpeggiatori o imprenditori in quota.

È stato un modo per mettere in dialogo e in relazione chi “viene da fuori” con chi in montagna ci vive, e quindi per creare una connessione, sfatando al tempo stesso romanticismi o pregiudizi rispetto al tema dell’abitare nelle terre alte.

Da tre anni promuovete anche un bando dedicati ai giovani imprenditori in montagna…

Esatto, nell’ambito di Save the Mountains anche quest’anno sono state messe a disposizione delle risorse per costituire un fondo finalizzato ad offrire un sostegno economico ed incoraggiare i “Giovani imprenditori in Montagna”, con l’obiettivo concreto della sostenibilità generazionale sulle nostre alture bergamasche. Il bando è orientato a premiare i giovani imprenditori under 35 che vogliamo sviluppare un’idea imprenditoriale in quota, restando quindi sul territorio e portandovi le proprie competenze, i propri sogni e le proprie idee… Perché la gente non se ne vada, servono anche pari opportunità e quindi pari dignità per ciascuno. E quella che stiamo costruendo negli anni – anche grazie a questo bando – è una bella alleanza, è lo “spirito di cordata” che porta benefici e risorse a tutta la comunità: a chi resta, che non si sente solo o abbandonato, e a chi fruisce la montagna, perché il territorio è vivo, vibrante, presidiato e tutelato grazie al lavoro di questi professionisti.

chi sono i giovani montanari di oggi? Che lavori svolgono e come guardano alla montagna?

Sono energie giovani, molto convinte e radicate, orgogliose del proprio essere “montanare” e capaci al contempo di declinare nelle Terre Alte pezzi significativi di innovazione.

Svolgono soprattutto attività agro-silvo-pastorali, ma sempre in ottica sostenibile, con una grande attenzione all’ambiente, al territorio, alla cultura locale. Ascoltano i saperi del passato e li integrano con nuovi processi di produzione e lavorazione. Rappresentano – mi sento di dire – un futuro non solo per se stessi ma per le comunità di montagna a tutto tondo, perché nella loro dedizione, nell’impegno, nella passione che li muovono c’è sempre un grande orgoglio per le radici. Un orgoglio che non diventa oppositivo o chiuso alle potenzialità della tecnologia, al contrario! I giovani montanari di oggi sono connessi alla modernità, e usano i social anche per veicolare un’immagine rinnovata della montagna, superando così stereotipi innaturali e stantii che vogliono il montanaro sempre un po’ come il “nonno di Heidi”. Non è così. Sono montanari con gli scarponi ai piedi, la zappa in una mano e lo smartphone nell’altra, e un cervello fine e formato che permette loro di scorgere e creare nuove opportunità e nuove possibilità per il territorio.

Di ritorno in montagna oggigiorno si parla parecchio. Secondo la tua esperienza, sono solo parole oppure riscontri realmente un rinnovato interesse per le terre alte?

C’è sicuramente una maggiore attenzione generale per la tematica dell’abitare in montagna, almeno in bergamasca, da parte non solo della gente ma anche da parte delle istituzioni che, a vario titolo, operano sul territorio in questo senso. Penso agli enti locali, ai consorzi BIM, al Parco delle Orobie, oppure all’Osservatorio per le Montagne bergamasche. Ma penso anche al fatto che diversi comuni negli ultimi anni hanno preso maggiormente in carico la gestione del territorio, nella consapevolezza che tutelarlo significa salvaguardarne le peculiarità e promuoverlo, sia per gli abitanti sia per i turisti.

Insomma la montagna può diventare un volano economico sostenibile, a patto però che si costruisca un’alleanza stabile e permanente tra istituzioni, cittadini e imprese. E questo significa anche riportare in quota quei servizi – banca, scuola, farmacia, medico, eccetera – che rendano dignitosa per tutti la vita in un territorio. Soprattutto un territorio come quello montano, plasmato da un’orografia rude ma ricchissimo di potenzialità, vivo e vibrante come la sua gente.