lunedì , 24 Giugno 2024
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Un film per raccontare “Le terre alte”. Intervista ad Andrea Zanoli e Andrea Zambelli

«A colpirci è stata soprattutto l’impressione di resistenza, di libertà. Come se nell’ambiente alpino, duro ed esigente, queste persone avessero trovato un proprio senso, che altrove invece mancava. Nel film abbiamo cercato di raccontarlo». A parlare sono Andrea Zanoli e Andrea Zambelli, giovani registi e documentaristi bergamaschi, in occasione della proiezione del loro docu-film “Le terre alte” nell’ambito della rassegna Il Grande Sentiero di Lab 80 film. Regista già attivo con Lab 80 film il primo e regista indipendente il secondo – ma entrambi affascinati dalla capacità della cinepresa di narrare l’ambiente che muta e le storie umane che lo popolano, nonché già colleghi e collaboratori in occasione di altri progetti – con “Le terre alte” hanno messo insieme le proprie rispettive sensibilità e una comunanza di sguardi: ed è un viaggio intimo e discreto, il loro, attraverso tutto l’arco alpino, dal disgelo all’arrivo dell’inverno, per raccontare la vita in montagna attraverso gli occhi, le parole e il lavoro di tre personaggi che diventano così espressione diretta – e lontana da qualsivoglia stereotipo – del “montanaro” di oggi. Di colui o colei che sceglie, al di là di tutto, di vivere e abitare sul territorio alpino.

Partiamo dal principio: come è nata l’idea di realizzare un lavoro come “Le terre alte”? Perché avete scelto questo tema?

Il film nasce da una richiesta dell’Aess (Archivio di Etnografia e Storia Sociale) di Regione Lombardia nell’ambito di Alpfoodway, progetto Interreg europeo molto ampio che coinvolgeva partner in tutte le nazioni alpine, e quindi Francia, Svizzera, Germania, Austria, Italia e Slovenia. Scopo del progetto era proporre insieme una serie di studi per avanzare la candidatura all’Unesco della cultura alimentare alpina come patrimonio immateriale dell’umanità. Siamo così stati coinvolti come Lab 80 film per sviluppare una parte della ricerca sui territori alpini, per raccontare le storie di persone e realtà che vivono sulle Alpi, tendenzialmente collegate all’aspetto del cibo, della produzione agricola, dell’allevamento, della tutela dei semi antichi. Il nostro lavoro si è quindi sviluppato lungo due direzioni parallele: da un lato, abbiamo prodotto una serie di mini-documentari su alcune di queste storie (che sono stati pubblicati sulla piattaforma di Alpfoodway); dall’altro, invece, c’è stata la realizzazione del film “Le terre alte”.

Due approcci e linguaggi diversi, dunque, ma strettamente collegati, perché dall’enorme lavoro di studio e preparazione sotteso ai mini-doc e dall’appoggio dell’Interreg è nata la possibilità di comprendere meglio la tematica, e quindi di poterla affrontare nel film, che ha avuto tempi di sviluppo ovviamente più lunghi.

Oltre alla commissione, inoltre, c’è stato anche il gusto della sfida: dopo anni trascorsi a raccontare le bellezze naturalistiche e culturali all’estero, eravamo affascinati dall’idea di raccontare ciò che abbiamo “in casa”, sull’arco alpino, che anche sotto il profilo paesaggistico offre scorci di bellezza inenarrabile.

Come sono le Alpi che avete scoperto nel corso della realizzazione del vostro lavoro?

La realizzazione del film ha richiesto un anno intero di riprese volevamo raccontare l’intera stagionalità del mondo alpino, e questo ci ha permesso di vivere le diverse storie e i diversi luoghi in più momenti dell’anno, di tornare più volte e quindi di tracciare parallelismi tra persone e territori anche distanti tra loro, ma accomunati dall’essere “alti”, appunto. A prescindere dalle differenze linguistiche e culturali, le Alpi in sé si assomigliano molto: si potrebbero definire una macro-regione che travalica i confini nazionali e territoriali, un unico corpus spaziale. Questo è un aspetto che abbiamo voluto sottolineare nel film: e infatti abbiamo montato le scene in modo da evitare l’identificazione geografica a prescindere dai confini nazionali: eravamo “sulle Alpi”, è questo che accomuna chi le abita, è questo il continuum che le lega.

Parliamo del vostro film: un anno di riprese, tre personaggi principali seguiti nel corso dell’anno, diversi personaggi secondari. Qual è il cuore di “Le terre alte”, e che cosa ha voluto raccontare?

Con “Le terre alte” abbiamo seguito tre personaggi – Virginie, Marcel e Valentin – nella loro vita e nel loro lavoro lungo un intero anno in montagna: la scelta dell’anno intero non è casuale, perché la montagna secondo noi andava raccontata in tutta la sua valenza e varietà cromatica, climatica, paesaggistica. E quindi, un’elegia stagionale dopo l’altra, viviamo con i personaggi la circolarità del vivere a contatto con la natura, soprattutto in un ambiente ostico e duro come quello montano: viviamo con loro il ghiaccio, la neve, la stasi, ma anche la rinascita, il disgelo, il mutare del paesaggio. Abbiamo voluto lasciare che fossero i paesaggi, gli ambienti e i personaggi stessi a raccontarsi, e infatti il film presenta pochissimi dialoghi: le voci sono tutte fuoricampo.

Vi va di raccontarci qualcosa in più delle tre storie principali del vostro film? Cosa caratterizza e accomuna le vicende di Virginie, Marcel e Valentin?

Innanzitutto, le loro non sono e non vogliono essere storie idealizzate: raccontano scelte di vita, il prezzo da pagare per farlo ma anche la libertà che ne è discesa.

Sono tutti personaggi giovani, persone che a un certo punto della propria esistenza hanno deciso di cambiare strada e orientarsi alla montagna, e le loro storie raccontano di inizi molto faticosi. Virginie, ad esempio, si è fatta carico delle capre di suo padre quando lui è mancato: lei faceva tutt’altro lavoro, e sebbene tanti le consigliassero di vendere, ha voluto riprendere in mano non solo l’allevamento, ma anche tutta la cultura connessa all’alpeggio e alla manutenzione del paesaggio alpino. Valentin è passato dal fare il giardiniere a Bolzano all’agricoltura biodinamica in quota, mentre Marcel, viticoltore della Valtellina, ha voluto applicare i principi della biodinamica alla viticoltura: una follia, dal punto di vista dei costi iniziali, ma a cui lui ha voluto credere fino in fondo.

Ecco, ciò che accomuna queste storie è proprio questo: la capacità di credere fortemente in ciò che facevano. Nonostante tutte le difficoltà.

Seguire per un anno intero alcune storie fa necessariamente diventare un po’ parte di esse: cosa vi ha colpito maggiormente degli incontri con queste persone? Cosa vi ha insegnato la montagna in questo anno, attraverso queste storie?

A colpirci è stata soprattutto l’impressione di resistenza, di libertà. Come se nell’ambiente alpino, duro ed esigente, queste persone avessero trovato un proprio senso, che altrove invece mancava. Per Virginie, Marcel, Valentin e gli altri personaggi che abbiamo incontrato, vivere in montagna è stata una scelta – certamente non facile – e questo riverbera nella calma, nella pacificazione che questa vita porta loro. La resistenza e la libertà del vivere in montagna è emerso nelle parole di tutti loro: non necessariamente una visione politica, ma anche spirituale, che parte dal presupposto che la libertà principale sia quella di non avere un padrone, di ritornare all’atto sacro di coltivare la terra, di mettere un seme, come ci raccontava d esempio Valentin.

Ed è stato bello incontrare gente giovane che facesse questo tipo di scelte: l’abbiamo trovato un messaggio potente, di speranza. Una sorta di linea tirata tra il passato e il futuro.


Dopo la proiezione a Il Grande Sentiero (15 dicembre 2021), il film verrà diffuso inizialmente tramite festival e rassegne dedicate sul territorio nazionale e internazionale.

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