domenica , 25 Febbraio 2024
foto di Piero Castellano

Storie di pascoli vaganti e siccità alpina. Intervista a Marzia Verona

Studiosa, scrittrice, pastora. E, soprattutto, professionista da sempre capace di ascoltare le genti di montagna e di provare a comprendere le loro difficoltà, di mettersi nei loro panni e vivere sulla sua stessa pelle problemi, sfide e fascino dell’allevamento in quota. Ho incrociato Marzia Verona quasi per caso: avevo letto i suoi libri – primo tra tutti “Storie di pascolo vagante” sul mondo dei pastori transumanti – ma è stato tramite Facebook, in un confronto a proposito di siccità e impatto climatico sull’allevamento in montagna, che l’ho incrociata direttamente. Da quello scambio di messaggi è nata questa intervista: uno sguardo “dal di dentro” sulle problematiche che affliggono le terre alte e le persone che, coraggiosamente, cercano di tenerne vive le tradizioni e le radici.

Marzia Verona, il tuo avvicinamento al mondo della pastorizia è stato graduale. Ti va di delineare il tuo percorso di formazione e di lavoro?

Sono nata in Piemonte e sono sempre stata appassionata di montagna. Mi sono laureata in scienze forestali con una tesi sui pascoli, precisamente sulla vegetazione dei pascoli d’alpeggio… Una cosa molto tecnica. Ho iniziato così a lavorare in quest’ambito, ma ben presto mi sono accorta di una cosa: la mia attitudine tendeva a sconfinare nell’antropologia, perché mi è sempre piaciuto incontrare la gente sui territori, ascoltarla, unire insomma la pratica alla grammatica anziché piombare lì con la presunzione di sapere già tutto solo perché l’avevo studiato in un libro. Sarà che sono nata in una famiglia contadina, ma mi sentivo spesso in imbarazzo davanti al palese distacco dalla realtà con cui si manifestavano alcuni miei colleghi nel rapporto con gli allevatori in montagna.

Sono convinta che lo studio e le conoscenze possano arricchire, ma al tempo stesso è fondamentale non dimenticare le persone che, magari senza aver studiato, hanno comunque alle spalle la pratica, la conoscenza del territorio tramandata di generazione in generazione: la mia formazione si è quindi delineata fin da subito lungo questa direzione di ascolto e di insegnamento.

Nel corso degli anni ho portato avanti diversi lavori di censimento degli alpeggi per conto della Regione Piemonte, e intanto ho sempre ascoltato ciò che avevano da raccontarmi le persone che incontravo. Così sono entrata in contatto con il mondo affascinante e articolato della pastorizia vagante, e così sono nati così i miei primi libri proprio su questo mondo in bilico tra tradizione e innovazione. A questo percorso diciamo “tecnico” si è poi aggiunta la storia personale: sono stata infatti la compagna di un pastore che avevo conosciuto proprio durante le interviste, aiutandolo con il suo lavoro, e questo mi ha permesso di vivere questa dimensione dall’interno. Quando tra di noi le cose sono andate male, ho fatto il salto e ho comprato per la prima volta delle capre che fossero mie: ormai quel mondo era diventato anche il mio. Ora abito da quattro anni e mezzo in Valle d’Aosta con il mio nuovo compagno, e collaboro con la sua piccolissima azienda agricola. Stiamo a Nus, nel vallone di Saint-Barthélemy, una zona dalla forte vocazione ancora rurale, priva di infrastrutture turistiche tipo piste da sci, e alleviamo capre e vacche di razza valdostana, delle quali vendiamo il latte al caseificio. Si tratta di una realtà molto piccola – una ventina di bovini e una ventina di caprini – che però fino a oggi è stata in grado di mantenersi.

Cosa significa oggi fare questo lavoro? Quali sono le problematiche principali con cui vi trovate a fare i conti?

Fino a qualche anno fa, questo mestiere permetteva di vivere. Non di arricchirsi, magari, ma di sopravvivere in modo compatibile con il territorio e sostenibile rispetto alla realtà locale. Adesso, da qualche anno a questa parte, ci troviamo sempre più in difficoltà perché economicamente le spese sono diventate insostenibili: le entrate sono sempre le stesse e le spese aumentano. E oggi c’è anche questa tegola della siccità… Che comunque era nell’aria da un po’, e che ora si sta manifestando in tutta la sua drammaticità.

Tanto per iniziare, non sappiamo quanto durerà la stagione di alpeggio, perché parlano già di alpeggi con carenza d’acqua. Se ci rimandano indietro le bestie dai pascoli prima del tempo, noi qui non sappiamo cosa dar loro da mangiare, perché di fieno ce n’è poco.

Solitamente funziona che affidiamo le vacche e le capre a dei titolari di alpeggio che le gestiscono in quota dai primi di giugno a fine settembre. Nei mesi estivi quindi gli animali stanno in montagna, e noi qui facciamo il fieno per l’autunno e l’inverno, così da poterli nutrire quando invece non potranno stare fuori. Ma se tornano prima del tempo, non riusciamo a fare fieno a sufficienza. E se non piove, l’erba per fare il fieno non cresce. Si trattasse di un’annata critica, pace: il fieno si compra. Sebbene la Valle d’Aosta, in quanto zona di produzione della fontina DOP, sia vincolata all’uso esclusivo di fieno valdostano, immagino che in situazione di emergenza questo vincolo possa essere bypassato. Ma qui non stiamo parlando di un’unica annata, stiamo parlando di un problema strutturale: c’è poco fieno a livello generale, e quel poco che c’è ha prezzi folli. Il prezzo del mangime e dei cereali è già quasi raddoppiato rispetto all’anno scorso… Se ci aggiungi pure gli aumenti del costo dell’energia e del gasolio, capisci come la situazione stia diventando insostenibile. Se poi ti tornano indietro gli animali quando non hai abbastanza da dargli da mangiare, c’è solo una cosa da fare: portarli al macello…

Le problematiche connesse alla siccità sono vissute con ansia da tutti gli allevatori? O c’è anche chi non lo vede come un problema?

Quando nei mesi scorsi alcuni di noi denunciavano il rischio di siccità che si andava palesando di settimana in settimana, venivano irrisi anche da altri allevatori, secondo cui “Vedrai che poi quando inizia a piovere non la smette più”. E’ la mentalità prevalente in questo ambiente.

Qualche anno fa ho svolto un lavoro per conto dell’Istituto Agrario di Aosta sulla percezione del cambiamento climatico nell’ambito di un progetto Interreg: dovevo andare a intervistare allevatori nel Parco del Gran Paradiso proprio su questo tema. Sai cosa mi ha colpito? Il fatto che ciascuno vedesse soltanto la nuvoletta presente o assente su di sé. Se il giorno dell’intervista pioveva, tutti mi dicevano che assolutamente non c’erano problemi di siccità, e viceversa. Era preoccupante notare come quasi non ci si rendesse conto del problema.

E pure adesso, che rischiamo di dover mandare gli animali al macello perché non abbiamo cibo da dar loro, ci sono ancora tante persone pure nell’ambito agricolo secondo cui “Eh no ma è sempre successo, il problema non è la siccità ma…”. Eppure nel giro di poche settimane ci troveremo tutti ad affrontarli eccome, questi problemi!

Secondo la tua esperienza, c’è una responsabilità politica rispetto alla gestione delle risorse in montagna? Se sì, di che tipo?

Qui in Valle d’Aosta la dimensione politica e sociale è molto piccola, ci si conosce tutti e spesso direttamente, anche tra politici e allevatori dei territori. Per questo nei mesi scorsi mi sarebbe piaciuto sentire anche solo un politico dire qualcosa, considerare almeno il problema del rischio siccità e avanzare qualche proposta… Invece, il silenzio.

Ora, qui in regione abbiamo già un complesso sistema di irrigazione e raccolta delle acque piovane che risale a secoli fa: la Valle d’Aosta ha sempre avuto vallate con versanti in secca che venivano irrigati con i ru, canali irrigui tipici dell’ambiente alpino che portavano acqua agli invasi per poi bagnare il terreno. Le vasche quindi ci sono, ma vista la situazione attuale, sarebbe necessario ad esempio ampliarli, per favorire un approvvigionamento in grado di fare fronte a tutti questi mesi senza pioggia. Invece siamo passati da mesi in cui nemmeno si è considerato il problema, ai giorni attuali in cui improvvisamente si è “scoperta” la siccità. A livello politico non sono stati messi in campo piani di intervento lungimiranti, salvo poi chiedere ora lo stato di calamità naturale. Che, ricordiamolo, non riguarderà solo noi allevatori: se va avanti così, non ci sarà nemmeno più acqua da bere.

A mio parere non è stato fatto abbastanza e soprattutto non si sta facendo niente nemmeno in termini di sensibilizzazione, per insegnare alla gente a non sprecare l’acqua e a usarla meglio. La sensazione è che finché i problemi sono relegati a quelli che in montagna ci vivono, allora interessano poco. Quando toccano anche i turisti, allora si inizia a considerarli. Se poi la problematica scende fino in città, improvvisamente si parla di “stato di emergenza”. Grazie tante. Noi l’emergenza la viviamo da molto prima, e la denunciamo già da tempo.

A cosa è dovuta questa mentalità, secondo te?

Forse è dovuta al fatto che in montagna ci abitano in pochi, quindi è un elettorato che conta poco. Inoltre si tratta di territori molto vasti e pieni di problemi: pensa anche solo alla manutenzione della rete stradale… In alcuni piccoli comuni di montagna non c’era nessuno che si volesse candidare per le amministrative, forse anche per questo motivo.

Quindi un territorio vasto, difficile, sempre più abbandonato e meno curato, quindi a maggiore rischio idrogeologico e con costi di intervento immensi… E sotto sotto c’è sempre il pensiero che non valga la pena spendere tutti quei soldi per zone dove abitano quattro persone. Certo, poi se si tratta di costruire il mega impianto di risalita allora i soldi non si sa come sbucano sempre…

Quindi questo si traduce a lungo termine in una vera e propria mannaia su chi invece in montagna ci vuole restare e lavorare…

Esatto. La situazione attuale spingerà moltissimi allevatori a chiudere. Abbiamo amici e conoscenti che ci dicono con la morte nel cuore: “Vedremo a come arriveremo in autunno e poi decideremo se vendere parte degli animali o venderli tutti”. Hai idea di quanto sia doloroso? Si perdono presidi territoriali importantissimi, si perdono animali di razze che sono a rischio estinzione e soprattutto si perdono gli animali che un allevatore impara a conoscere di pancia e di cuore. Andare al pascolo con le mie capre per me è sempre stato un momento rilassante: ma questa primavera, quando l’erba non veniva verde e giravo con le capre e faticavo a farle mangiare, era un’angoscia. Per un allevatore è inconcepibile pensare di mandare i propri animali al macello perché non si sa cosa dar loro da mangiare. Però che alternative ci sono?


La foto in apertura dell’articolo è uno scatto di Piero Castellano.

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