domenica , 25 Febbraio 2024

Ricostruire le radici di un territorio. Intervista a Simone Caridi

Appassionato di cinema, diplomato in regia, attratto dal cinema indipendente e con un passato girovago alle spalle: ma anche fortissime radici nel suo territorio, e una grande volontà di raccontarlo e farlo conoscere, ricucendo grazie alla cinepresa quel legame tra passato e presente che rischiava di andare un po’ perso. Simone Caridi è videomaker e regista, ma soprattutto è un ponentino ligure doc, e con il suo lavoro “Voci dall’entroterra” ha cercato, insieme all’amico Diego Rossi, di dare voce alle valli del Ponente ligure e di raccogliere il testimone del tempo, del ricordo, della cultura e della storia: ne è nato un documentario intimo e al contempo corale, ed è proprio per questo che ho voluto intervistarlo. Per provare a capire insieme che cosa significhi, oggi, raccontare la montagna, restituendone la voce a chi la vive e la valorizza.

Simone Caridi, ti va raccontare un po’ il tuo percorso? Sei montanaro e cittadino, regista e contadino: un percorso originale, che riverbera anche nei tuoi lavori… Come ti sei avvicinato al mondo del cinema?

Le mie origini sono fortemente rurali: parte della mia famiglia viene da Ciabaudo, in Valle Oxentina, che è tradizionalmente zona agricola, e come molti altri è scesa a valle a partire dagli anni Cinquanta. Erano pastori, carbonai, contadini e questo mi è “rimasto dentro”, anche se poi sono cresciuto a San Remo. Oggi vivo in città ma trascorro anche lunghi periodi in paese. Quanto al cinema… Mi ci sono appassionato nel 2008, grazie al film “Nuovo Cinema Paradiso”: poi ho studiato cinematografia a Genova, diplomandomi in regia e sviluppandomi poi nell’ambito del cinema indipendente, inizialmente nel genere horror-gotico. Ma forse la scintilla primaria per questo mondo è venuta da mia nonna, che pur essendo sempre stata una casalinga, era anche una grande appassionata di poesia e di storie, che scriveva e poi leggeva in radio. Quindi sono cresciuto con le storie, diciamola così. All’inizio, comunque, per mantenermi ho svolto anche un sacco di altri lavori e ho girato parecchio. Nel 2016, invece, sono tornato a vivere e lavorare qui, nelle mie zone.

Ed è qui che è nata anche l’idea di “Voci dall’entroterra”, di realizzare qualcosa che fosse legato al territorio e alle sue peculiarità…

Esatto. E’ stata un’idea maturata insieme all’amico Diego Rossi, guida ambientale con un occhio molto sensibile su queste zone. Entrambi eravamo e siamo appassionato del territorio e della sua storia, però io personalmente sentivo anche un’altra esigenza… Quella di comprenderlo un po’ meglio, questo territorio, e di conoscere la mentalità dei miei nonni di Ciabaudo, ricollegandomi al retaggio che, più o meno volontariamente, mi avevano trasmesso.

Da qui, il desiderio di ricostruire le radici del nostro territorio attraverso le voci e le testimonianze di alcune persone che l’hanno vissuto: non solo abitanti e memorie storiche, ma anche figure che in modi diversi si sono attivate per promuoverlo e valorizzarlo, e quindi storici, amministratori locali, artisti, eccetera.

Non è stato un lavoro “veloce”. Ci abbiamo lavorato dal 2016 al 2020, e all’inizio non avevamo ben chiara la forma che avrebbe assunto: ma, ci siamo detti, troverà la sua strada intervista dopo intervista, e così è stato. “Voci dall’entroterra” è nato strada facendo. In tutto abbiamo intervistato dieci persone, da Isolabona a Mendatica, dieci voci da sei valli diverse: Val Nervia, Val Verbone, Valle Armea, Valle Argentina, Valle Arroscia e Val Primo.

Sei valli, unite però dall’appartenenza a un territorio particolare, a cavallo tra mare e montagna, come quello del Ponente Ligure: secondo te quanto influisce questa appartenenza comune, in termini di identità e di narrazione?

Influisce più di quanto le persone delle varie valli si rendono conto. Durante le interviste, persone molto distanti tra loro per geografia rispondevano allo stesso modo a determinate domande, davano risposte uguali o particolarmente affini: questo perché, al di là dei campanilismi locali, il territorio è unico, segnato dalle stesse dicotomie e dalle stesse difficoltà. Ovviamente, le declinazioni dei vari temi erano personali e variegate (penso ad esempio al tema del confine, che di volta in volta era quello tra mare e montagna, tra Italia e Francia, tra una valle e l’altra…), ma c’era sempre un substrato che accomunava tutte le risposte.

Un’appartenenza comune, appunto, a una terra che si muove da sempre sul filo che separa la luce dall’ombra, cioè quella Liguria “concava e convessa” di cui parlava anche Calvino… Che non è una categoria filosofica, no, è proprio una condizione geografica, un’opposizione tra aree assolate e aree ombreggiate che determina dove si vive, dove si coltiva, dove possono crescere o meno le colture. Tutte cose che hanno segnato l’identità di questi territori, e quindi le voci di questo entroterra.

Entroterra del Ponente Ligure come dimensione a sé stante, quindi?

Sì, e così lo è l’abitante del Ponente Ligure. Oggi si pensa alla Liguria come a una regione di mare, e questo può essere in parte vero soprattutto per il Levante: ma i ponentini sono gente di montagna, da sempre. Fino alla metà del Novecento i terreni al mare erano quelli che valevano poco, e questo è testimoniato anche sul piano geografico: i comuni più vasti sono quelli dell’entroterra, e per l’entroterra il mare è quello dei turisti, non fa parte della dimensione esistenziale di questa terra. Sai cosa si dice, qui? Se vuoi vedere il mare, devi andare in alto. Queste tematiche sono uscite in tutte le interviste: è un fil rouge che racconta le radici culturali del territorio. Ma attenzione: nel documentario non siamo andati a cercare la tradizione: abbiamo indagato ciò che vi sta dietro, dove nasce una certa mentalità.

Che cosa ti ha lasciato soprattutto questo lavoro?

La realizzazione di “Voci dall’entroterra” mi ha lasciato un amore incredibile per questa terra, che è andato a sommarsi all’amore che già provavo. Il fatto di avere qui le radici credo mi abbia aiutato soprattutto a interfacciarmi con le persone, visto che comprendo il dialetto e condivido un vivere in montagna che porta con sé difficoltà e problematiche spesso invisibili a chi vive altrove.

Quindi mi sono rimasti amore, senso di appartenenza, e un desiderio di continuare, ampliando il lavoro iniziato con questo documentario. Una volta concluso il lavoro, infatti, abbiamo ricevuto molti feedback di gente che ci chiedeva se ci fosse altro, e questo ci ha dato l’idea che non dovesse finire qui, che ci fosse altro da dire, altre voci da raccogliere. Ora stiamo pensando di trasformarlo in una docu-serie, corredata da una mappa e da una traduzione in più lingue, così da raccontare il Ponente nel modo più completo possibile e renderlo fruibile anche ad altri.

Parliamo di montagna e di ritorno alle terre alte, all’entroterra, ai paesi. Secondo la tua esperienza, è davvero in atto un contro-esodo?

Più che un ritorno, direi che è in atto un avvicinamento alle terre alte: sono due cose diverse. Di certo si sta vivendo una riscoperta della vita in montagna e sempre più persone vogliono tornarci a vivere: ma qui nasce quello che secondo me è il vero problema della questione, e cioè il fatto che la maggior parte di noi non è più in grado di vivere questi luoghi. Sono luoghi difficili. Quando sono a Ciabaudo, mi rendo conto che le problematiche che si presentano richiedono una capacità di arrangiarsi che a molti manca. Ti faccio un esempio pratico: si rompe il bagno, che si fa? Solo per arrivare al primo negozio di ferramenta, ci si impiega un’ora circa. Chiamare un idraulico è impossibile, o quanto meno non arriverebbe in tempi brevi, quindi bisogna essere in grado di sistemarsi. Questo è solo un esempio, pure banale, di ciò che significa vivere in montagna: non si ha la risoluzione dei problemi a portata di telefono.

A molti manca la forza fisica e mentale per vivere in questo modo. La montagna è contro di te, non è l’ambiente bucolico e idilliaco che spesso ci si immagina. Soprattutto quando è in larga parte abbandonata, come qui nelle nostre valli. Un abbandono che per certi versi è pure stata la sua salvezza…

In che senso?

Partiamo dal presupposto che da sempre la gente va dove c’è lavoro. In montagna il lavoro non c’è, e ultimamente qui in Liguria ce n’è meno anche sulla costa: e infatti stiamo assistendo anche all’abbandono della costa, gli abitanti delle città costiere del Ponente stanno diminuendo. Ma in montagna l’abbandono è iniziato molto prima, e questo paradossalmente ha permesso di preservarne l’unicità.

L’unicità dell’entroterra ligure, che oggi viene spesso quasi venduto come “brand”, è frutto dell’abbandono: i paesi sono rimasti intatti, pochissime le speculazioni, le campagne non hanno mai visto pesticidi o agricoltura intensiva… Calcola che qui nelle nostre valli vengono a fare la transumanza delle api dal Piemonte, proprio perché l’ambiente è ancora incontaminato.

La fuga della gente ha salvato la bellezza di queste montagne, ma quest’abbandono è anche ciò che oggi vi rende difficile il ritorno.

Tu sei “ritornato” perché hai alle spalle un vissuto familiare che conosce il territorio e le sue regole. Quanto contano per te le radici?

Credo che le radici contano nella misura in cui si riconosce che ogni territorio ha le sue regole, il suo funzionamento. Io qui so coltivare perché mi hanno insegnato i miei nonni: altrove non lo saprei fare. Potrei imparare, certo, e qui veniamo a quello che secondo me è uno dei nodi principali: la capacità cioè di ascoltare, di farsi raccontare un luogo.

Sono convinto che un albero possa diventare grande solo se ha radici forti: vale anche per noi. Per me questo è importante, ha valore.

Non in ottica nostalgica – non credo alla credenza per cui “in passato era tutto meglio” – ma semplicemente perché quando sai chi sei e da dove vieni, allora è possibile uno scambio con le altre persone. Un arricchimento reciproco.

Che cosa consiglieresti a chi oggi guarda alla montagna, magari al Ponente ligure, per un possibile ritorno?

Per prima cosa, consiglierei di non farsi ammaliare dalla bellezza: in estate pare tutto splendido, ma poi arriva l’inverno… E lì sono dolori, se non sei preparato. Poi, secondo me è fondamentale essere molto umili e avere la consapevolezza che la montagna sarà sempre più forte di te. Forse all’inizio può essere utile stare più vicini alla costa e ai servizi, e andare a vivere zone più impervie solo a piccoli passi, man mano.

E’ importante anche ascoltare tanto, parlare con le persone senza cercare di imporre la propria visione. Ogni territorio ha le sue regole e un suo equilibrio e bisogna saperlo ascoltare: il ligure tendenzialmente non è una persona facile, è sempre stato abituato a strappare i centimetri di terra alla montagna, ha subito nel corso del tempo invasioni e smembramenti tra regni e Stati diversi e questo l’ha reso guardingo.

Ma sa cosa sono le difficoltà, e alla fine ti aiuta sempre, soprattutto se entri in punta di piedi e dimostri che hai il desiderio di abitare davvero il territorio, di misurarti con esso.

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