C’è una cosa che mi ha sempre stupito delle anziane genti di montagna, ed è la velocità con cui sono in grado di aprirti le porte della propria casa, di fare spazio attorno al tavolo spoglio e farti accomodare. È stata Monica a farmi conoscere Luigi Lanteri Lianò: «Gli farà piacere se passiamo a salutarlo», ha detto. «Non vede poi chissà quanta gente, a Realdo siamo in pochi». Sette, per la precisione: questo il numero degli attuali residenti in pianta stabile nel minuscolo borgo brigasco aggrappato alla roccia, ai piedi del Monte Saccarello, in quella terra franca che è l’area brigasca, ligure per la burocrazia ma non certo per il mood dei suoi abitanti.

Luigi Lanteri Lianò è un brigasco doc: è nato quassù e ha sempre vissuto su e giù per i monti selvaggi che collegano la Francia all’Italia. Una vita da pastore, come più o meno tutti da queste parti nei tempi andati. Ha 87 anni, ma non li dimostra: il volto è scavato, i capelli bianchi, ma gli occhi sono ancora vivi e così la parlantina, la voglia di chiacchierare e di ricordare giorni che sono ancora vivissimi nei suoi ricordi.

Memoria storica

Luigi è un po’ la memoria storica di un territorio che ha vissuto una profonda spaccatura: prima del ’47, infatti, Realdo faceva parte del comune piemontese di Briga Marittima. Era in tutto e per tutto un paese brigasco, con lingua e tradizioni proprie ben distinte da quelle di Triora. Però poi ci furono i trattati di pace post bellici e la Terra Brigasca fu smembrata tra Francia, Piemonte e Liguria, e Realdo – con i suoi abitanti – si trovò a fare capo a una regione a cui proprio non sentiva di appartenere.

E infatti a Realdo i trioraschi – e in generale i valligiani dal lato ligure della Valle Argentina – li chiamano con un certo sprezzo figùn, cioè “mangiatori di fichi”. Un appellativo che solo chi abita qui può capire: fino a Triora (a cui ora Realdo fa riferimento) crescono le piante di fichi, ma più in alto no. Alta valle contro media valle. Luigi fa un sorrisetto sghembo. «Noi brigaschi siamo più intelligenti», dice con uno scintillio arguto negli occhi chiari. «Perché sappiamo fare un po’ di tutto, via! In inverno quassù bisognava arrangiarsi a fare tutto quanto, sai, con la neve, i sentieri impraticabili… E poi sappiamo parlare tante lingue diverse: il brigasco, l’italiano, il francese, e pure il ligure. Giù, invece, parlano solo la loro, di lingua!».

Per lunghi anni, Luigi ha lavorato tra gli alpeggi del Saccarello, la Val Roja e l’alta Val Tanaro come pastore transumante. Estati trascorse sull’alpe, mezze stagioni nelle borgate, l’inverno sulla costa, e poi di nuovo. Mi indica una foto appesa sulla credenza: «Vedi? Noi avevamo un’ottantina di pecore brigasche: quelle lì, con le corna». In alpeggio si produceva il formaggio, soprattutto il bruss, ricotta fermentata dal sapore intenso usata per condire le patate, o per insaporire le minestre. Nella scarna abitazione in cui l’anziano vive solo, il tempo pare essersi fermato: la stanza è spoglia, semplice, giusto un tavolo con qualche sedia impagliata e una cucina in metallo, un lavello con qualche tazza e pochi piatti sullo sgocciolatoio e un fornellino piccolo. Sulle pareti, sono appesi alcuni vecchi strumenti da pastore: un piccolo campanaccio, forbici per la tosa. Luigi se ne sta seduto davanti alla porta finestra, aperta su un piccolo balconcino e sulle montagne che abbracciano Realdo.

«Quella che abbiamo vissuto noi era una vita grama, difficile. Una vita povera. Però, che devo dire, eravamo felici. Si aveva meno, certo, ma adesso a volte mi pare che vada tutto così veloce da perdersi pezzi per strada»

Un paese che si svuota

La Realdo che ha vissuto Luigi da giovane è molto diversa da quella attuale. Il paese un tempo era abbastanza florido: posto com’era sul confine tra Liguria e Piemonte, è sempre stato crocevia e luogo di commerci e scambi. La lana, soprattutto, rappresentava per la Ca’ da Roca un mercato di grande valore. Poi pian piano è iniziata l’emorragia.

«Dopo la divisione della Terra Brigasca, la comunità è stata un po’ smembrata. C’erano due o tre confini, ora, a separare borgate e paesi che erano sempre stati uno. E i cognomi! Sai quanti Lanteri ci sono qui? Così tanti che abbiamo dovuto prendere il secondo, sennò che confusione. Ma figùn, quassù, non ci siamo sentiti mai. Non lo siamo!».

A segnare il progressivo abbandono del borgo di Realdo è stato – come è capitato un po’ in tutti i territori montani italiani, in un destino comune dalle tinte fosche – sono stati il dopoguerra, il boom economico, la prospettiva di migliori possibilità di lavoro a valle anziché a monte. Da qualche centinaia di abitanti e una comunità viva, il paese si è svuotato. Molte case, spiega Luigi, si aprono solo d’estate o per qualche settimana. Ma per la maggior parte del tempo, sette abitanti.

«Ci sono periodi in cui non incontro nessuno anche per quattro, cinque giorni di fila. Ho sempre qualcosa da fare: ho gli orti a cui badare, e la legna. A volte vado a trovare amici a Briga». Luigi scrolla le spalle, sorride come a dire “che ci vuoi fare”. «Ma non andrei mai via. Quassù si sta bene, c’è aria buona, vita tranquilla. È casa».