domenica , 25 Febbraio 2024

Pascoli di carta e speculazioni sulle terre alte. Intervista a Giannandrea Mencini

Pascoli abbandonati, “vivi” solo sulla carta, assegnati a grandi aziende di pianura che in montagna non ci portano mai nemmeno una capra e che invece li usano solo per fare cassa, insinuati nell’opacità delle normative comunitarie legate alla PAC e all’ambiguo recepimento della legislazione italiana: è il mondo taciuto delle speculazioni sui pascoli e sugli alpeggi delle terre alte, da nord a sud Italia. A fare recentemente luce su questa situazione – che mette in ginocchio i piccoli produttori e allevatori di montagna a favore delle grandi realtà dell’agrobusiness intensivo – è stato Giannandrea Mencini: scrittore, saggista, giornalista, è autore del reportage d’inchiesta “Pascoli di carta. Le mani sulla montagna“, edito nel 2021 da Kellermann Editore e vincitore del Premio Internazionale di Letteratura Città di Como per la sezione “saggi / inchieste”. Un’inchiesta, quella di Mencini, che percorre tutto il nostro Paese, si addentra nei meandri delle normative agricole comunitarie e nazionali, raccoglie storie e coraggiose voci di denuncia, e restituisce così uno sguardo lucidissimo sulla realtà della montagna invisibile. La sua è sì una denuncia, ma è anche accorato e drammatico appello per la tutela effettiva delle terre alte: ed è proprio per questo che ho voluto intervistarlo qui su Montanarium. Per dare voce e spazio ad un lavoro e a un tema fondamentale e attualissimo, di primaria importanza quando si parla di “vita in quota”.

Giannandrea Mencini, il tuo lavoro di inchiesta sulle speculazioni su alpeggi e pascoli getta luce su una tematica non solo sottovalutata, ma spesso ignorata dai più. Prima di entrare nel vivo del problema, posso chiederti come ci sei arrivato? Da dove è nata l’idea di sviluppare questo reportage e affrontare questo tema?

Ho scoperto il tema delle speculazioni sugli alpeggi per caso, mentre scrivevo un altro libro sempre dedicato alla vita nelle terre alte: stavo infatti raccogliendo storie di allevatori e coltivatori bellunesi che hanno fatto la scelta di restare a vivere e produrre sul proprio territorio, senza abbandonarlo. In quell’occasione incontrai un amico che aveva aperto un agriturismo e recuperato un vecchio forte nei pressi del Passo di Sant’Antonio, e che nel corso dell’intervista mi mostrò un pascolo, vuoto, e mi disse:

“Questo è un bel pascolo. Gli animali ci sono, ma solo sulla carta, perché nessuno ce li ha mai portati”.

Sembrava quasi una battuta, ma me la segnai tra gli appunti e la tirai fuori nuovamente qualche tempo dopo, quando il presidente del CAI di Domegge di Cadore, a cui sono iscritto, mi accennò a una situazione un po’ borderline: quella cioè dei grandi allevamenti e aziende zootecniche che avevano ottenuto ingenti premi della PAC (Politica Agricola Comune europea) facendo solo finta di portare gli animali in alpeggio. Da qui è nata l’idea di indagare sulla questione, e ho subito notato una cosa: c’era – e c’è tutt’ora – pochissimo materiale su questo tema. E’ una speculazione silente che va avanti da molti anni, e che è molto più vasta di quanto pensassi all’inizio. In misura diversa, coinvolge praticamente tutti i pascoli e gli alpeggi del nostro Paese.

Una speculazione ampia, diffusissima, eppure sottovalutata… ti va di delinearla a grandi linee e di raccontare in che cosa consiste e come si manifesta questa speculazione?

E’ una problematica complessa, difficile da sintetizzare e da spiegare in poche frasi: la modalità contorta con cui la legge italiana ha convertito i regolamenti comunitari su questo tema non aiuta certamente a comprendere meglio l’intera situazione, persino per chi è interno al settore.

Tutto nasce con la riforma della PAC del 2003. La PAC è una parte molto consistente del bilancio della Comunità Europea e va a dare fondi e sostenere gli allevatori e gli agricoltori nei paesi membri della CE. Fino al 2003 il “premio” che veniva dato agli allevatori era un “premio accoppiato”, cioè legato a quello che si produceva o allevava. In altre parole, il premio era stabilito sulla base proporzionale del numero di capi posseduti dall’allevatore e sugli ettari di pascolo utilizzati, ed era finalizzato a sostenere la produzione agricola e a valorizzare il servizio che egli rendeva all’ambiente montano, prendendosi cura degli alpeggi. Quindi si parla di premio accoppiato, legato cioè a ciò che si produceva o allevava.

Dopo il 2003, si verifica a livello globale un surplus di produzione e cambiano gli accordi internazionali: la Comunità Europea non ha più bisogno di una produzione agricola così elevata come negli anni precedenti, perché importa di più dall’estero, quindi cambia anche il sistema di concessione dei premi all’interno della PAC. Si passa al “premio disaccoppiato“, cioè svincolato dalla quota di produzione o di allevamento, e calcolato invece sulla base di determinati parametri ambientali: indifferentemente a ciò che si produce o alleva, i premi europei vengono ora concessi in base al corretto mantenimento di pascoli e alpeggi dal punto di vista agronomico.

Di concetto, non pare neanche una cosa così negativa… Dov’è allora il problema?

Il problema è che nel recepimento di questo nuovo regolamento da parte della legge italiana, che lo declina nella contestata formulazione dei “titoli”, cioè i premi dati dalla comunità Europea da appoggiare sui pascoli e sugli alpeggi da manutenere… Solo che in Italia questi titoli possono essere appoggiati non solo nel proprio territorio di riferimento (provinciale o regionale), ma su tutto il territorio italiano! Inoltre questi titoli hanno dei valori, valori che sono stabiliti sulla base della produzione o dell’allevamento pre-2003. Cosa significa questo? Significa che le grandi coltivazioni industriali o i grandi allevamenti intensivi di pianura – che hanno volumi produttivi enormi e tantissimi capi di bestiame – hanno titoli più alti, che danno loro diritto a premi molto più alti rispetto alle piccole realtà. Quindi c’è già una disparità economica di partenza.

Tutti questi titoli per essere riscossi devono essere “appoggiati” su un territorio, senza vincoli di prossimità territoriale… E a oggi, la maggior parte dei terreni rimasti liberi sono gli alpeggi e i pascoli d’altura. Dopo il 2003 è così scattato questi incredibile accaparramento dei pascoli, questa corsa a trovare terreni liberi per appoggiarvi i propri titoli ed ottenere così i premi della PAC.

E quindi è iniziata la grande speculazione…

Esattamente. Quando queste grandi aziende partecipano ai bandi degli enti locali (comuni, usi civici o regole) per l’affitto degli alpeggi e alle aste di assegnazione, avendo a disposizione premi molto elevati possono fare offerte molto più alte rispetto ai piccoli produttori locali. Alpeggi che fino a quel momento erano stati assegnati a 2000 o 3000 euro, hanno raggiunto anche offerte di 50mila euro grazie a questo meccanismo speculativo. E’ ovvio che un piccolo allevatore di montagna che lavora su scala ridotta non può assolutamente far fronte a una concorrenza simile, viene penalizzato perché “perde” la possibilità di usare gli alpeggi e le malghe del suo territorio e non sa più dove portare gli animali.

E il punto è che il grande agrobusiness di pianura che si accaparra pascoli sulle Alpi, in Calabria o in Sicilia difficilmente fa davvero pascolare lì i suoi animali. Diventano “pascoli di carta”: sulla carta sono assegnati, ma nella pratica sono abbandonati, non mantenuti e sottratti a chi, invece, li userebbe davvero.

Sono queste le conseguenze di questa grande e silente speculazione. Realtà locali che muoiono o combattono contro questi giganti e una concorrenza sleale, e una montagna abbandonata a se stessa. Negli anni si sono create delle vere e proprie agenzie finanziarie che investono sull’acquisto di alpeggi che poi rivendono a grandi aziende. E sono fenomeni diffusi in tutta Italia, dal nord al sud. Un esempio? La cosiddetta “Mafia dei Pascoli“, un meccanismo articolato di speculazione sugli alpeggi e sui territori montani in Sicilia, grazie al quale le cosche mafiose incassano in modo illecito ingentissimi fondi della PAC.

Una problematica ignorata dai più, dicevamo: secondo te, da cosa nasce questo disinteresse generale per le sorti della montagna e per problematiche come quella di cui stiamo parlando?

Disinteresse, hai detto bene. Ho vissuto anche io sulla mia pelle la percezione di questo diffuso disinteresse, anche in termini di media e informazione. Quando siamo usciti con “Pascoli di carta” c’è stato un grande interesse sul tema, ma sempre da parte di realtà di nicchia: riviste di settore, giornali locali, blog e siti specialistici… Sui giornali mainstream e sulle grandi televisioni invece non se n’è parlato e la cosa è passata in sordina.

Non so darti una risposta, se non che credo ci sia ancora una visione della montagna molto vacanziera. Sebbene montagne e colline coprano il 67% del territorio italiano e vi si concentrino una grande quantità di bellezze e ricchezze culturali, naturali e paesaggistiche, l’interesse verso le terre alte rimane sporadico, legato al turismo o a specifiche situazioni o accadimenti. A questo aggiungici anche lo scarsissimo interesse generalizzato – in termini di informazione – sul settore primario e sulle sue problematiche. Evidentemente non sono considerati temi prioritari: non so spiegarmelo. Ricordo che a marzo 2021 è partito il processo sulla “Mafia dei Pascoli” in Sicilia: è il più grande processo in Europa sul settore agricolo, eppure se n’è parlato molto meno di quanto mi aspettassi [NdR: al momento della trascrizione di questa intervista, il processo è giunto a termine e ha portato a 91 condanne, più di 600 anni di reclusione complessivi e alla confisca di 16 aziende]

Per quanto mi riguarda, io come giornalista ho fatto il possibile per sollevare il tema e tutt’ora vengo contattato da allevatori e produttori di varie zone d’Italia su questa problematica, ma ora la “palla” dovrebbe passare alle autorità competenti. So che il libro è girato anche nelle mani di esponenti dell’autorità in alcuni territori, e spero che possa aiutare ad aprire inchieste serie, che vadano a colpire i pesci grossi che su queste speculazioni ci navigano e si arricchiscono illecitamente, a danno dei piccoli.

Nel realizzare il tuo lavoro di reportage hai incontrato moltissime storie. Ce n’è qualcuna che ti è rimasta nel cuore, o che ti ha colpito in modo particolare?

Sono tutte storie che mi porto dentro e che mi hanno arricchito tantissimo: sono storie di coraggio, ma soprattutto di grande senso civico, perché talvolta scegliere di testimoniare e si sollevare certe problematiche ha significato per loro andare incontro ad atteggiamenti anche intimidatori. Posso citarti però la storia di una giovane pastora del Monte Grappa, Francesca dal Zilio: lei è un bellissimo esempio, perché non solo ama tantissimo i suoi animali e il suo lavoro, ma anche perché la sua vicenda è emblematica. Prima attiva in ambito sociale, Francesca aveva il sogno dell’alpeggio e della montagna ed è riuscita a realizzarlo: grazie a dei fondi rurali della regione Veneto, ha comprato le prime pecore e ha iniziato a portarle in alpeggio sul Monte Grappa. Però si sta scontrando con le difficoltà di cui parlavamo poc’anzi: vorrebbe avere più animali e avviare anche la produzione casearia in loco, sviluppando quindi la filiera totale e corta… Ma non riesce mai a vincere un bando e tutti gli alpeggi vengono assegnati a grandi aziende di pianura: alpeggi che, come mi ha mostrato indicandomi la tipologia di flora e di vegetazione, erano chiaramente abbandonati, perché lì gli animali non ce li portava nessuno.

La sofferenza e la fatica dei giovani allevatori è un altro tema che mi è rimasto molto addosso, da questo lavoro. Simile alla storia di Francesca c’è anche la vicenda di alcuni giovani di San Stefano di Cadore: anch’essi avevano comprato le pecore ma non trovavano alpeggi in cui farle pascolare, perché gli enti locali, pur di fare cassa, concedevano malghe e terreni al maggiore offerente… Fuori dal territorio. A danno di quegli stessi giovani intraprendenti che invece sul territorio ci volevano e potevano restare. E’ un paradosso che fa molta rabbia.

Secondo te si possono cambiare le cose? Se sì, come? Ci sono prospettive di maggiore attenzione sul tema, o proposte di modifica del sistema dei titoli?

Alcuni riferimenti al sistema dei titoli sono inseriti nella PAC 2023-2027, ma rimandano in larga parte al recepimento del regolamento da parte dei singoli stati. Nel precedente governo era stato presentato un Piano Strategico per la PAC Italiana, nel quale pur mantenendo il sistema dei titoli si auspicava una maggiore convergenza territoriale e il superamento della disparità dei titoli, che permetteva le speculazioni. Però il piano è stato respinto su diversi punti, e in ogni caso non c’era la volontà di cambiare radicalmente il sistema dei titoli. Sarebbe utile che almeno si togliesse la possibilità di appoggiare i titoli in tutta Italia…

Oltre a cambiare il modo con cui la normativa italiana recepisce i regolamenti comunitari, servirebbe anche una presa di coscienza da parte degli enti locali: sarebbe utile che non guardassero solo alla quantità delle offerte ma anche alla qualità, accettando di ottenere magari meno soldi ma avendo in compenso la sicurezza di assegnare porzioni di territorio a chi davvero lavora per mantenerlo e tutelarlo… Non a chi lo sfrutta malamente per i propri interessi!

Non da ultimo, auspico un intervento del governo italiano sull’Agea (Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura), l’ente legato al Ministero dell’Agricoltura che riceve i fondi della Comunità Europea e paga i contributi ricevuti ad aziende e produttori. Ma l’Agea dovrebbe anche controllare che i parametri per cui sono stati assegnati i premi vengano rispettati, e invece…

Un’ultima domanda: cosa ti è rimasto di tutto questo lavoro, dopo aver messo la parola “fine” all’inchiesta?

Un lascito che per me è molto importante, è stata la possibilità di aver conosciuto don Luigi Ciotti, con il suo entusiasmo nella lotta incessante contro la mafia e la malavita: ha scritto la prefazione al libro e questo per me è stato un grande onore. Poi, questo lavoro mi ha lasciato senz’altro la ricchezza degli incontri e dei luoghi di questo nostro bellissimo Paese: ho conosciuto persone che lottano, che resistono, che amano visceralmente il proprio lavoro (e la gente non ha idea di quanto sia faticoso fare l’allevatore, farlo nella legalità e con entusiasmo), e che mi hanno fatto il dono della propria fiducia nei miei confronti. Raccontandomi le loro storie si sono fidati di me, e spero di aver ripagato questa fiducia.

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