mercoledì , 24 Luglio 2024

Diga del Gleno, tra tragedia e memoria

Per provare a capire l’anima della Val di Scalve bisogna camminare. I segni della storia mineraria di questa piccola valle bergamasca sono ovunque – nei ceri votivi delle chiese, dedicati a Santa Barbara, ma anche nei pali arrugginiti delle teleferiche con il materiale ferroso veniva trasportato dalle miniere alle aree di lavorazione – ma ci sono anche cicatrici più recenti, dolorosissime. Segni indelebili di una tragedia che nel 1923 ha profondamente segnato tutto il territorio.

Il 1° dicembre 1923, infatti, crollò la diga del Gleno, sbarramento idraulico posto a monte dell’abitato di Vilminore di Scalve e considerato ai tempi un capolavoro di ingegneria contemporanea. La tragedia del Gleno spazzò via intere frazioni e i sonni ignari di oltre 400 persone.

Una tragedia annunciata

La storia della diga prese il via ufficialmente nel 1917, quando la ditta Galeazzo Viganò di Ponte Albiate di Triuggio (MI) ottenne la concessione per creare uno sbarramento al corso del torrente Povo, in prossimità del piano del Gleno (1500 metri slm), per assicurare la fornitura di energia ai propri stabilimenti cotonieri. I lavori partirono ufficialmente nel luglio 1919.

Il progetto depositato inizialmente al Genio Civile prevedeva la realizzazione di una diga del tipo a gravità in muratura di calce idraulica, ma nel luglio 1921 venne introdotta una variante in corso d’opera: si abbandonò così il progetto iniziale e si optò per la tipologia costruttiva di diga ad archi multipli, all’epoca considerata una delle più moderne concezioni dell’ingegneria idraulica. Il progetto di variazione venne approvato dal Genio Civile nel 1921, ma tra il 1922 e il 1923 il Ministero diffidò la ditta Viganò all’esecuzione delle opere e ingiunse di presentare immediatamente il progetto dettagliato di variazione del sistema costruttivo.

I lavori nel frattempo avanzano, la diga è quasi completata, ma tra la gente già serpeggia la paura. Le testimonianze dell’epoca riportano infatti la preoccupazione di chi era impegnato sul cantiere, il lavoro svolto a cottimo e male, le perdite: «Vedrete che verrà giù, verrà giù! Perché vien fuori l’acqua, l’acqua vien fuori!».

Il crollo

Il 22 ottobre 1923, il bacino si riempie completamente per la prima volta a causa delle forti piogge: vengono segnalate abbondanti perdite d’acqua alla base e nella muratura in calce dello sbarramento.

Il 1° dicembre 1923, alle ore 06.30 del mattino, il guardiano della diga sente un forte moto sussultorio.

Alle ore 07.15, il crollo: la diga si squarcia e sei milioni di metri cubi d’acqua, di fango e detriti si riversano improvvisamente nella valle sottostante, travolgendo l’abitato di Bueggio e distruggendo buona parte del paese di Dezzo per incanalarsi poi nella strettoia della Via Mala, raggiungere la Valle Camonica e riversarsi infine nel lago d’Iseo.

Nel disastro del Gleno perdono la vita circa 500 persone.

Quasi cent’anni dopo, una memoria ancora viva

«Il crollo fu di fatto un momento fondante per la valle», spiega Michela Boni, della Pro Loco di Vilminore. «Esiste un prima ed esiste un dopo. La valle non è più stata la stessa».

Ho incontrato Michela Boni nel giugno 2020, mentre realizzavo un servizio dedicato alla Val di Scalve per la rivista Itinerari e Luoghi. E’ stata lei a raccontarmi il profondo significato, in termini di memoria e di simbologia, che riveste ancora oggi la diga del Gleno nella memoria collettiva della Val di Scalve.

Oggi, infatti, i due tronconi residui della diga sono ancora in piedi: si possono raggiungere percorrendo un bel sentiero dall’abitato di Vilminore di Scalve (località Pianezza, sentiero CAI 411), che in poco più di un’ora conduce fino a ciò che resta della diga e all’omonimo lago. Ma è una camminata sulle tracce del dolore, nonostante la severa bellezza della natura circostante: il paesaggio è magnifico, la conca del Gleno pure, ma tanta bellezza fa male se sai che quello è stato luogo di tragedia.

Sarà per questo che non riesco ad apprezzare chi bivacca quassù come se fosse al mare? Non posso fare a meno di pensare che la diga sia oggi una sorta di naturale monumento alla memoria. Un luogo in cui ricordare. Un luogo in cui la magnificenza delle Prealpi Orobiche compone ogni giorno un delicato e struggente cordoglio per chi ha subito la furia degli elementi violentati dall’uomo.

Informazioni

La raccolta di testimonianze, documenti d’archivio, articoli di giornale, fotografie e studi dedicati alla diga ha permesso la realizzazione, da parte di Pro Loco e biblioteca comunale, di uno spazio espositivo nel cuore di Vilminore e la creazione di un archivio digitale dedicato (www.archiviogleno.it). I due tronconi residui della diga sono ancora visibili: una sorta di perpetuo monumento contro la dimenticanza, simbolo ideale di un’unione necessaria tra storia e natura.

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