Nella luce ramata del tramonto, le creste calcaree della Presolana risplendono come una cattedrale d’oro. Appena sotto, i tetti del Rifugio Albani e delle ex baracche minerarie sono invece già in ombra. Gli ultimi raggi del sole li hanno pennellati di color zafferano prima di inabissarli nell’ombra, fragrante come un cristallo. Siamo quasi a 2000 metri di altitudine: sotto di noi, la Val di Scalve bergamasca è già in ombra, le pendici dei monti circostanti punteggiate delle lucette di piccoli paesi sparsi. Solo lei, la Presolana, la Regina delle valli che le si stringono ai piedi, riceve il bacio dell’ultima luce.

«Che spettacolo, eh?», commenta Sandra Bottanelli con un sorriso, quando ci vede rientrare nel calore accogliente del rifugio. «Siete stati fortunati, oggi non c’ha una nuvola. Vi ha fatto un bel regalo: è raro vederla così limpida, solitamente un po’ di nubi si addensano sempre in questa stagione».

Sandra si siede al tavolo con noi e ci offre genepì e grappa della casa. Anche se è un giorno infrasettimanale, al rifugio c’è un certo viavai: coppie di escursionisti come noi, una guida alpina con un gruppo di ragazzini in campo estivo d’altura, alcuni avventori del sottostante paese di Colere, habitué della montagna per cui scarpinare fin quassù dopo il lavoro, mangiarsi un piatto di ravioli fumanti e poi scendere è una sorta di passeggiatina digestiva serale. Come facciano non lo so, ma hanno tutta la mia stima: per salire al rifugio il CAI dava due ore e un quarto di camminata, noi ce ne abbiamo impiegate quattro e mezza, e non è neppure bastata l’ottima cena del rifugio a rimetterci del tutto in forze. «Sono in molti a farlo, qui: escono dal lavoro, si mettono gli scarponi, si fanno una passeggiata in montagna. Dopo cena, tornano a casa. Conoscono questi sentieri come le loro tasche, potrebbero farli a occhi chiusi», spiega Sandra, salutando la coppia che si è appena infilata una lampada frontale ed è uscita dal rifugio, diretta verso casa. «La gente del luogo ama queste montagne, le vive in ogni stagione. Non solo come una presenza da affrontare nei weekend o nelle vacanze, ma come un luogo che si conosce e che si frequenta abitualmente. Una montagna che è casa. E sono tutti molto legati alla Presolana, all’Albani, a ciò che ha sempre rappresentato questa zona per il territorio».

Sandra (a sinistra) insieme ad Elisa, sua collaboratrice nei mesi estivi

L’eco della tempo e della miniera

Il Rifugio Albani è situato a 1939 metri nella Conca del Polzone (comune di Colere, BG) ed è sormontato dalla verticalità cangiante della parete settentrionale della Presolana, massiccio calcareo che con i suoi 2521 metri e le sue guglie bianche ricorda le Dolomiti: eppure siamo in terra bergamasca, e la Regina – così è chiamata affettuosamente in zona – fa da spartiacque tra la Valle Seriana e la Val di Scalve, quest’ultima incuneata stretta e angusta tra le province di Bergamo, Brescia e Sondrio. Così, appena oltre la linea degli abeti, s’innalza questo mondo immobile fatto di ghiaioni, di pietre, di fossili e di cunicoli.

“Ogni volta che in Presolana dai un calcio a un sasso, trovi un fossile”, si dice scherzosamente da queste parti.

Nel Triassico la Presolana era un fondale tropicale. Quando la geologia ha ceduto il passo all’avvicendarsi di esseri umani, è diventata una miniera: fino agli anni Sessanta quassù si estraevano fluorite, galena, calamina e blenda. Materiali ferrosi, come in tutta la Val di Scalve, perché il ferro scalvino era famoso fin dai tempi dei Romani. Nel villaggio minerario in quota alle pendici della Presolana abitavano fino a sessanta persone: uomini, donne, bambini. Una vita trascorsa nel ventre buio della montagna. Di quelle vite sono rimasti i segni: le ex baracche dei minatori dai tetti in lamiera, i carrelli arrugginiti fuori dalle miniere, i pali della teleferica con cui si trasportava il materiale fino alle laverie di Colere, un minuscolo campo di bocce in terra battuta, per i momenti di svago.

«Oggi queste miniere sono chiuse», spiega Sandra. «Ma se si cammina qui attorno, si trovano un sacco di accessi ai luoghi di scavo. Qui sotto, la montagna è tutta un cunicolo. Tutto scavato dall’uomo».

Rifugio Albani, una scelta di vita

Sandra Bottanelli e il compagno Chicco (Enrico) Zani gestiscono il Rifugio Albani da sei anni. Non sono scalvini di origine, ma lo sono diventati per amore: amore per la montagna, in primis. «Siamo sempre stati montanari appassionati», racconta la donna. «Già da qualche anno cercavamo un rifugio da gestire, era una scelta che ci attraeva. Però non trovavamo quello giusto, c’era sempre qualcosa che non andava in porto. Poi, nel giugno 2016, Chicco ha trovato il bando del CAI per la gestione dell’Albani. Molti ce lo sconsigliavano: in quel periodo, il rifugio non lavorava granché, era un po’ in crisi. Ma noi ci siamo innamorati e abbiamo voluto tentare: come è possibile, ci siamo chiesti, che un rifugio con tanto potenziale e in una zona così bella non funzioni? Abbiamo deciso di provare per un anno, e abbiamo fin da subito lavorato tantissimo. Così siamo rimasti».

Gestire un rifugio diventa un po’ una scelta di vita. Soprattutto se si decide di tenerlo aperto anche durante la stagione invernale. Non si tratta solo di tenere aperto il rifugio, no: bisogna conoscere tutto, i sentieri, l’ambiente circostante, le tempistiche di percorrenza, bisogna saper leggere le condizioni meteo e avere competenze di primo soccorso alpino.

In particolare, spiega Sandra, bisogna amare il luogo. Amare quello che si fa. A amare visceralmente la montagna, perché altrimenti chi te lo fa fare?

«Qui si entra in contatto con l’alpinismo vero, quello autentico, senza fronzoli», continua la donna. Il riferimento è alle numerosissime vie di arrampicata che percorrono la Regina e le montagne circostanti, alle falesie e alle pareti dove alpinisti e climber non solo locali si cimentano in tutte le stagioni. «Ed è quello che siamo diventati nel tempo: un riferimento per l’alpinismo in zona. Ovviamente arriva anche il “turismo-passeggiata”, soprattutto quando sono attive le funivie, e spesso è difficile far capire alle persone che questo non è un albergo: è un rifugio da alpinismo, spartano, niente di stellato. È montagna vera. Ed è proprio per questo che continuiamo a restare, anno dopo anno».