«È un piccolo museo, niente di che. Ma ci ho messo dentro oltre trent’anni di cuore e di passione». Antonio Pizio ci conduce lungo una scala ripida che scende in un seminterrato buio. Lo sentiamo andare avanti, smanettare con una chiave e accendere la luce. «Venite, venite pure». Così avanziamo, aspettandoci teche polverose e qualche sasso condito dall’entusiasmo eccessivo di un appassionato vecchietto: ma quando mettiamo piede nella stanza siamo costretti a rimangiarci la nostra condiscendenza.

Improvvisamente ci troviamo proiettati in un piccolo mondo sotterraneo e luminescente, fatto di minuscole geometrie perfette: sono blu intenso, verdeacqua, viola con un cuore lilla, neri puntinati di cristalli finissimi e luccicanti. Ma anche bianchi immacolati, di un rosa delicato o dalle striatura rossastre, in un turbinio immobile e severo di minerali, cristalli e fossili dalla bellezza commovente.

Portare alla luce

Antonio Pizio ha folti capelli bianchi, giovanili occhi azzurri e nello sguardo la vivacità e la passione di un ragazzino: li ha raccolti tutti lui, dice, quei minerali che vediamo nelle teche. Tutti, uno per uno. Sulle orme degli Strahler svizzeri – i cercatori di minerali d’oltralpe – nella Val di Scalve bergamasca sono numerosi gli uomini che, per curiosità e per passione, si sono incuneati negli anfratti sotterranei delle rocce circostanti per estrarne il cuore minerale. Faticoso ma inevitabile, almeno in una terra come la Val di Scalve, dove il richiamo di ciò che c’era sotto la montagna è stato forte fin dall’antichità: già dai tempi dei Romani qui si estraeva il ferro, e oggi i cunicoli delle miniere abbandonate sono terreno di caccia per questi anziani speleologi, appassionati cercatori nell’anima profonda di queste vallate. Antonio Pizio, che nella vita “vera” è un albergatore, è uno di loro.

«Ho iniziato negli anni Ottanta come autodidatta, per passione e per curiosità. Poi ci si innamora, sapete? I minerali e i cristalli vivono nella roccia, anche se sono fatti di pietra: si formano in milioni di anni, e portarli fuori è un po’ come farli nascere. In un certo senso, noi cercatori siamo le levatrici della terra».

Nel Museo dei Minerali e dei Fossili che ha creato nel pianterreno del suo albergo, Antonio ha esposto oltre 3000 pezzi: provengono soprattutto dalla Val di Scalve, dalle Orobie e dalle altre miniere della bergamasca, più alcuni esemplari da Piemonte e Val d’Aosta. «Vorrei insegnare ai ragazzi che esistono passioni che permettono di vivere la montagna in modo diverso: la ricerca di minerali insegna a osservare, a capire».

Questione di memoria

Ma non si tratta solo di natura. La ricerca di minerali è strettamente intrecciata alla storia delle miniere e di chi per secoli vi ha lavorato, uomini donne e bambini che hanno cavato dalla pancia della montagna il sostentamento per vivere. Erano tre i principali centri estrattivi della zona, e cioè le miniere al Passo della Manina, le miniere di Schilpario e quelle a Colere, in Presolana, all’ombra della Regina delle Orobie che con i suoi 2521 metri delinea l’orizzonte meridionale della Val di Scalve.

Oggi soltanto una è stata recuperata e aperta al pubblico, mentre le altre sono chiuse. Vi entrano solo speleologi e cercatori. Come Antonio Pizio, ma anche come Pier Bettineschi o suo zio Manfredo Bendotti, il Mago come lo chiamano qui, memoria vivente e grande conoscitore dell’anima scalvina. Compresa quella sotterranea. Piero ci racconta di come suo zio l’abbia istruito, di come gli abbia trasmesso i suoi saperi. Ma ci racconta anche dei fossili che si possono ritrovare in Presolana, delle sfumature dei minerali nei cunicoli scavati dai minatori e della Cattedrale, un’ampia stanza bianca alta quasi dieci metri, completamente scavata dalla mano dell’uomo all’interno della montagna. Ci racconta di uomini e donne, storie di minerali e di fatica. Perché, ci spiega, «Cercare minerali, oggi, è soprattutto una questione di memoria».