Una famiglia di allevatori, un lavoro ereditato dalle tre generazioni che l’hanno preceduto e le amate montagne di casa, immutabili ma sempre diverse, madri e matrigne di un’attività agricola in quota che anno dopo anno si fa sempre più difficile e insidiosa… Nelle parole di Marco Carobbio, giovane allevatore bergamasco, si ritrova tutta la concretezza di ciò che significa oggi fare piccola imprenditoria agricola in montagna: da un lato una fortissima passione e un grande amore per tutte le sfumature della propria terra, dall’altro i vincoli burocratici e le varie speculazioni su pascoli e alpeggi, che gravano sulla spalle dei “piccoli” portando allo stremo un mondo che, al netto delle varie retoriche di “ritorno e restanza”, fatica sempre più ad andare avanti e resistere.

«Oggi non è facile fare l’allevatore in montagna» spiega Marco. «La mia famiglia lo fa da generazioni e io mi sono preso in carico un’azienda che era già avviata: ma se avessi dovuto partire da zero, probabilmente avrei lasciato perdere. Non ne vale la pena. E non si tratta di piangersi addosso: si tratta del fatto che le leggi per questo settore vengono fatte a misura di grandi business. E chi è piccolo e lavora seriamente rischia di morire di fame».

Una terra di alpeggi e di miniere

Marco ha 28 anni e abita a Gorno, paese della Val del Riso bergamasca sbriciolato in piccole contrade e minuscoli agglomerati di case pietrose e antichi terrazzamenti in legno. Laterale della Valle Seriana che scende tra il monte Alben e il monte Arera lungo il corso dell’omonimo torrente, la Val del Riso le sue radici le affonda soprattutto nel piombo e nello zinco, precisamente in quello serbato nelle pendici del monte Grem, già conosciuto e cavato ai tempi dei Romani. Le miniere di blenda, galena e calamina hanno segnato profondamente la piccola valle fino al 1982, quando l’ultima è stata chiusa.

«Gli abitanti di queste zone hanno per secoli alternato il lavoro sottoterra a quello in alpeggio», mi ha spiegato poc’anzi Fabrizio Scolari, coordinatore dell’Ecomuseo delle Miniere di Gorno, durante una visita al sito minerario di Costa Jels sito presso la contrada di Peròli Alta. «A differenza di altre aree minerarie delle nostre vallate bergamasche, qui in Val del Riso i siti estrattivi erano vicini ai paesi e quindi non c’è mai stata la necessità di costruire villaggi minerari in quota. Questo ha permesso ai minatori di mantenere vivo il legame con la propria terra e con la dimensione agricola».

Siccità e costi in aumento

Miniere dunque, e alpeggi. Marco questo legame ce l’ha nel DNA: pur avendo studiato da perito meccanico, infatti, ha sempre amato gli animali e ha declinato la sua formazione soprattutto su una grande passione, quella per le macchine agricole. Dall’anno scorso ha rilevato l’azienda di famiglia a suo nome e alleva una sessantina di vacche di razza bruna alpina e pezzata rossa tra il paese di Gorno e gli alpeggi sul monte Grem, per vendita di carne e produzione casearia, rivolta principalmente a clienti privati del territorio.

«La mia famiglia trascorre l’estate con gli animali sugli alpeggi del Monte Grem da circa venticinque anni», racconta. « Abbiamo tre quote di pascolo diverse, con tre baite di appoggio: la prima a 1000 metri, la seconda a 1200 metri e la terza a 1600 metri. Saliamo di quota in quota man mano che avanza l’estate e le vacche consumano l’erba: poi, a fine stagione, scendiamo a ritroso con gli animali. In questo modo i pascoli hanno modo e tempo di rigenerarsi. Ma quest’anno è durissima». Il problema principale del 2022 è la carenza di neve in quota e la siccità che si trascina ormai da mesi: le montagne sono pelate, a maggio pare di guardare un paesaggio autunnale, i prati gialli e secchi. Le poche piogge di qualche settimana fa hanno aiutato, ma non hanno di certo risolto il problema.

«La siccità ha lasciato i bacini d’acqua in quota a livelli molto bassi. In alpeggio non abbiamo sorgenti ma solo pozze di abbeverata, quindi se in un pascolo finiamo l’acqua abbiamo due alternative: o portare su l’acqua con le cisterne, oppure salire prima del tempo al pascolo successivo. Ma questo significa anche consumare prima l’erba, tornare prima a valle e quindi nutrire più del previsto gli animali a fieno… Fieno che non c’è perché non piove. Certo, lo si può comprare, oppure si può integrare con i mangimi: ma con i costi attuali di gasolio e materie prime, non è più sostenibile».

Una questione di speculazione

C’è poi un altro problema, che riguarda la gestione stessa di pascoli e alpeggi, le normative comunitarie e nazionali, il costante confronto (impari) tra i grandi colossi dell’agroindustria e i piccoli produttori del territorio. Un problema che, sottolinea Marco, impatta enormemente sulla sostenibilità dell’imprenditoria in quota e ciononostante passa in sordina, ignorato dai più: è quello che riguarda le speculazioni sui pascoli, fenomeno in crescita negli ultimi anni a causa dell’aumento di bandi europei per la cessione di finanziamenti per le attività agricole.

«C’è un problema di fondo», mi spiega Marco, accalorandosi. «I fondi europei vengono in larga parte concessi ad attività agricole che abbiano anche parte di produzione in quota. Benissimo. Però cosa succede? Succede che le grandi aziende intensive di pianure, quelle che per capirci hanno una disponibilità economica molto più alta di quella di noi piccoli, pur di accaparrarsi quei fondi stanno viziando tutto il sistema delle aste per la cessione degli alpeggi».

Gli alpeggi – continua il giovane allevatore – sono di proprietà comunale, provinciale o regionale e vengono affidati con bandi di gestione a cadenza di sei, sette o dieci anni agli allevatori che fanno l’offerta d’asta migliore. Nel caso delle grandi aziende zootecniche, il meccanismo salta, perché propongono basi d’asta talmente elevate da sbaragliare tutta la concorrenza di piccoli allevatori di montagna, che non si possono permettere di rilanciare certe cifre. Il risultato? Pascoli in quota ceduti sempre più spesso a industrie dell’agrobusiness che non li utilizzeranno mai (servono infatti solo sulla “carta”, per giustificare le richieste di fondi) oppure che li subaffitteranno ai piccoli allevatori a prezzi comunque più alti del dovuto.

«Questo non è bello per la montagna», commenta Marco. «E’ un sistema che penalizza chi lavora seriamente, e sottrae terre a chi ne ha bisogno davvero, a chi presidia i territori con il lavoro quotidiano, prendendosene cura. E ripeto, non voglio fare quello che si lamenta e basta. Ma è oggettivo che ci siano dei problemi enormi, e che se non si pensa di risolverli questo porterà alla perdita di tantissime piccole attività agricole in quota».

C’è amarezza, nelle parole di Marco, e anche un po’ di fatica, che vanno a impastarsi con la difficoltà di portare avanti un lavoro che si ha nel sangue ma che diventa sempre più ostico. E c’è pure il realismo di chi in montagna ci lavora davvero, fuor di marketing spicciolo, e si confronta quotidianamente con problematiche di cui “a valle” si ha poca contezza. «Io ho ereditato questo lavoro, lo porto avanti perché vi sono nato, perché era già avviato da tempo», conclude. «Ma sinceramente, se dovessi ora partire da zero, non credo che lo farei… Per quanto mi piaccia, per quanto lo ami, non credo che lo farei. Non ne vale la pena».