domenica , 25 Febbraio 2024

Un sogno di casa e di terra

Nel paesaggio ondulato, boscoso, quadrettato di tanto in tanto da prati verdissimi, abbassando il finestrino si sente profumo d’erba e natura. Il rumore, solo quello della Panda che arranca in salita e il fruscio del vento, leggero, che sa vagamente di mare e di luoghi remoti. È un territorio strano, quello che stiamo attraversando: difficile decifrarlo in poche occhiate. Perché è ameno, certo, e verdeggiante come la Contea degli Hobbit, punteggiato com’è qua e là di casali e piccole fattorie. Ma lingue di bosco arrivano vicinissime a case che spesso paiono chiuse da molti anni, si incrociano poche auto e giusto uno o due trattori e la sensazione – latente, confusa – è quella di tanto spazio e poca gente, nonostante la bellezza incontaminata del paesaggio e la vicinanza di luoghi rinomati: la Liguria da un lato, il Monferrato dall’altro. Viaggiamo su una linea di confine, una terra di nessuno in particolare, sospesa tra due appartenenze eppure quasi fiera del suo essere a metà: e a metà, in effetti, lo è per davvero.

«Il cancello del nostro podere si apre proprio sul confine tra Liguria e Piemonte», ci spiega Roberta, «Tecnicamente siamo nel territorio di Spigno Monferrato. Ma in realtà questa zona afferisce soprattutto a Giusvalla, che invece è ligure. Siamo su una terra di mezzo, e la sapete una cosa? È uno dei motivi per cui ci siamo subito innamorati di questa zona».

Un sogno da costruire insieme

Roberta ed Ermanno sono capitati da queste parti un po’ per caso. Di origini laziali ma trapiantata per amore a Milano lei, milanese di nascita veneta lui, stavano cercando già da qualche anno il luogo ideale in cui sviluppare il proprio grande sogno: un casale in campagna, un terreno da coltivare, la possibilità di tornare a una vita più vicina alla terra. «Tornare, già, perché le mie radici sono queste: agricole, rurali, campagnole. Sono cresciuta nella campagna romana e la mia famiglia tutt’ora vive in una dimensione agricola», racconta Roberta, con il grande sorriso entusiasta che è la sua cifra distintiva. «Ma non mi interessava tornare nella mia terra d’origine, no: io ed Ermanno volevamo invece costruire la nostra storia da qualche altra parte… In una casa “scelta”, non capitata». Questa donna giovane e dinamica – cuoca di formazione e grande appassionata delle storie celate dietro i cibi e gli alimenti – è un carro armato di impeto e di progetti, e guardandola viene da chiedersi come sia potuta sopravvivere per anni al grigiore metodico e asfittico di Milano senza sfiorire, senza perdere per strada lo slancio che la caratterizza.

La risposta, forse, si trova nella complicità fortissima che lega lei e il marito Ermanno, e nella capacità che hanno di guardare insieme nella stessa direzione. Lui, ad esempio, è cresciuto sì a Milano: ma la natura l’ha sempre chiamato, attratto e nutrito, memore delle estati trascorse nella campagna veneta con i nonni. Ha studiato agraria, poi si è dedicato all’azienda metalmeccanica di famiglia, e nel frattempo ha continuato a nutrire il sogno di costruire una strada altrove: tra gli alberi, con le mani impegnate a far germogliare la terra, sotto un cielo stellato.

Qui, in Val Bormida, sul confine tra Liguria e Piemonte, in quell’angolo di alto Monferrato che sguscia via dalla fama del Monferrato di vini e degustazioni, il sogno di entrambi ha trovato terreno fertile in cui radicarsi.

Per caso o per destino

All’inizio della loro ricerca, Roberta ed Ermanno avevano puntato a tutt’altre zone: le Marche, ad esempio, oppure la Toscana. Cercavano un casale in campagna, a qualche centinaio di metri di altitudine, e in una zona ancora abbastanza incontaminata, lontana dai grandi centri urbani e da aree sfruttate industrialmente: un luogo dove sviluppare un progetto di agricoltura naturale, di vita autentica. Per anni hanno spulciato annunci di agenzie immobiliari, bazzicato valli e paesi e visionato casali, ruderi e terreni: «Eravamo convinti che, quando avessimo trovato il posto ideale, l’avremmo capito», racconta Ermanno. «Ma non è stato facile, perché la casa giusta pareva sfuggirci. Avevamo visto un paio di casali apparentemente perfetti nelle Marche e avanzato una proposta di vendita, ma niente da fare. Poi siamo stati lì lì per finalizzare l’acquisto di un podere in provincia di Pisa: ma anche in quel caso la vendita è sfumata proprio all’ultimo».

«Io iniziavo a demoralizzarmi», aggiunge Roberta. «Iniziavo a pensare che non avremmo mai trovato la casa che faceva al caso nostro, e che forse era meglio lasciar perdere».

Allora Ermanno ha deciso di provare il tutto per tutto. Ha puntato lo sguardo su una zona che non avevano mai nemmeno considerato e insieme a Roberta ha iniziato a curiosare tra i casali in vendita. E in effetti qualcosa è scattato, perché subito hanno identificato alcune proprietà che potevano fare al caso loro. Allora si sono messi in auto e sono andati per qualche giorno in alto Monferrato, per capire se quelle zone potessero in qualche modo “risuonare”. E così è stato: «Gironzolando in auto per il territorio, ci si è aperto un mondo», ammette Roberta. «Vedevamo queste vallate bellissime, quest’anima agricola ancora evidente, ma anche questi ampi casali chiusi e questo immenso potenziale abbandonato a se stesso. Abbiamo sentito di essere a casa, di aver trovato il “nostro” territorio, e abbiamo cominciato a guardarci attorno».

Raccogliere il testimone

Il casale dove oggi Roberta ed Ermanno abitano in pianta stabile è uno dei tanti che, da queste parti, stava subendo l’amaro destino comune a tante zone marginali e montane: il rischio di abbandono per spopolamento e per vecchiaia dei precedenti proprietari.

«Quasi tutti i poderi e casali in vendita da queste parti sono di proprietà di anziani i cui figli non sono interessati a mantenere le case e i terreni» spiega Roberta. «La vendita delle case di famiglia, qui, non è tanto dovuta a un fattore di povertà o bisogno, quanto alla mancanza di persone interessate a raccogliere il testimone. Ed è sempre una vendita che fa male, vissuta quasi come un fallimento».

Ci raccontano che è stato così anche per il loro podere. L’anziana coppia che lo usava come casa di campagna – ci spiegano – all’inizio non voleva vendere per una questione affettiva, anche se già dalla fine degli anni Settanta non era più usata a scopo agricolo. Ma per Roberta ed Ermanno era stato amore a prima vista: una bella casa tradizionale in legno e pietra, nove ettari di terreno in corpo unico e già cintato, boschi e terreni, la presenza pure di un antico scàu (l’essiccatoio per le castagne)… Come li avete convinti?, chiediamo allora. «Sentivo che questa poteva essere il luogo giusto per noi», spiega Roberta. « Così ho scritto ai due proprietari una lettera, che gli è stata recapitata dall’agente immobiliare. Era una lettera di cuore. Ho raccontato loro che in quella casa avremmo voluto vivere, dare alla luce i nostri figli, e che non sarebbe stata solo una “casa vacanze”. Probabilmente hanno capito che volevamo raccogliere il testimone, che avremmo amato quella casa come l’avevano amata loro, perché alla fine hanno acconsentito».

Tra Milano e il podere

L’avventura di Roberta ed Ermanno – il loro sogno di ritorno alla terra – comincia così, con una lettera scritta di cuore e con la tenacia del desiderio di portare a casa un sogno, di mutarlo in progetto di vita. Sistemano le questioni con la banca, firmano il mutuo, il rogito, la casa e il terreno sono loro.

All’inizio, però, non vi abitano in pianta stabile. Lui continua a gestire l’azienda di famiglia nel milanese, lei nel frattempo ha avviato un’attività di gastronomia naturale a Milano: propone focacce e pizze a base di farine senza glutine e farine di legumi, ma anche contorni di verdure fresche, dolci gluten-free e sapori gustosi ma adatti a tutti i regimi alimentari. Nei fine settimana e in ogni momento libero, però, via da Milano e dal suo cielo grigio: si mettono in macchina e tornano a casa, lavorano la terra, imparano a conoscere il terreno che hanno acquistato e a coltivarlo. Ci sono alberi da frutto antichi e pergolati di uva fragola, e loro attivano nel frattempo un bell’orto rigoglioso: Roberta riesce persino a far germogliare i carciofi romaneschi qui, in un luogo che pur essendo a soli 600 metri sul livello del mare è caratterizzato da un clima a tutti gli effetti montano. I frutti del loro lavoro diventano le ricette che Roberta propone ai suoi clienti a Milano. Ma tornare in città – dopo giornate intere trascorse con le mani nella terra e il profumo dei boschi nelle narici – è ogni volta più difficile. «Non ho mai amato quella città», ammette Roberta. «Non mi ci sentivo a casa. Tornarvi, seppure per un lavoro che amavo, era sempre una fatica, soprattutto ora che avevamo una terra nostra in un luogo che amavamo».

A cambiare del tutto le carte in tavola ci hanno pensato due cose: la pandemia di Covid, e la nascita della piccola Emma. La pandemia ha dato il colpo di grazia alla necessità di restare legati alla città: la gastronomia è stata chiusa e Roberta ed Ermanno hanno deciso di fare un passo in avanti, ristrutturare il casale (che fino a quel momento, seppur in buono stato di manutenzione, era privo di riscaldamento e difficilmente abitabile in inverno con una bimba piccola) e trasferirsi definitivamente in campagna. La nascita della piccola e vivacissima Emma, invece, è stata la molla ideale: a spingerli all’ultimo, definitivo passo è stato proprio il desiderio di dare alla figlia una vita a contatto con la natura, di sottrarla a una dimensione urbana asfittica e inquinata.

Ciò per cui vale la pena vivere

«Non potremmo aver fatto scelta migliore», spiega Roberta. «Anche se ovviamente non è stato e non è tutt’ora facile. Vivere qui ci ha permesso di allontanarci dalle fobie generalizzate dei vari lockdown, dall’aggressività latente che andava sviluppandosi tra la gente. Al tempo stesso, però, la terra è esigente e richiede un grande, enorme lavoro. E vivere in una dimensione di natura significa fare i conti con tante questioni, anche pratiche, a cui spesso non si pensa».

Alcuni esempi? Ermanno ci racconta della volta in cui, durante un fortissimo temporale notturno, aveva dovuto armarsi di motosega e andare sotto la pioggia a tagliare un paio di alberi che erano caduti sulla recinzione, mentre Roberta gli reggeva la torcia: «Certo, avrei potuto aspettare il mattino… Ma in questi boschi ci sono i cinghiali, e se fossero entrati nella proprietà ci avrebbero distrutto tutti i campi e le coltivazioni». Oppure, il problema della neve: la strada di accesso alla proprietà è sterrata e privata, e questo significa dover chiamare ogni volta il ragazzo con il trattore per pulirla e riuscire a entrare o uscire. Ci sono le questioni dell’avanzata del bosco e degli animali selvatici, della conformazione argillosa del terreno che – essendo stato abbandonato per molti anni – è ora durissimo da lavorare e delle violente manifestazioni meteorologiche: lunghe ondate di siccità alternate a tremende bombe d’acqua e conseguenti esondazioni e smottamenti.

«A questo va aggiunto un dato importante», aggiunge Roberta. «Queste zone hanno subito un forte spopolamento. Moltissimi se ne sono andati, ed è difficile ricostruire nelle parole di chi è rimasto quel bagaglio di conoscenze del territorio necessarie per comprendere come lavorarlo al meglio. Stiamo provando a rimettere insieme i pezzi, a raccogliere questi saperi, ma non è sempre facile».

Oggi Roberta ed Ermanno stanno lavorando soprattutto per ricostruire la fertilità perduta del terreno. Hanno smosso e pacciamato ampie porzioni di podere, messo a dimora nuovi alberi da frutto e allargato l’orto. Galline e oche forniscono uova e fertilizzante. L’idea è quella di potenziare una dimensione di autosufficienza e di vendere prodotti freschi… Ma forse – mi rendo conto sentendoli parlare – la vera linfa vitale di questo posto è altrove: è nella capacità di immaginare nuove potenzialità e possibilità, di mettere a fermentazione sempre nuove idee. Ermanno, ad esempio, sta studiando quali allevamenti potrebbero essere più adatti al territorio. Roberta approfondisce giorno dopo giorno la conoscenza delle erbe spontanee e sta pensando di sistemare anche il vecchio scàu, per creare un laboratorio di trasformazione alimentare. «Per ora, però, sono solo idee», sorride.

«Tutto questo alla fine non resterà a noi: è l’eredità di nostra figlia. Non solo il terreno, no, ma un certo modo di vivere: che si nutra di sensibilità, di ritmi naturali di buon cibo, di autenticità e bellezza. Solo abitando qui, guardando scorrere le stagioni, toccando con mano la ricchezza esigente di una natura non ancora del tutto addomesticata, ci siamo resi conto di quanto ci mancasse questo contatto. Siamo radicati qui, siamo creature di terra e di verde. È questo, alla fine, ciò per cui forse vale la pena vivere».

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