mercoledì , 24 Luglio 2024

Alla scoperta del paese delle bàgiue

«C’è una strana energia a Triora». Ripenso a queste parole, pronunciate anni fa da un amico appassionato di esoterismo e alchimia, ogni volta che torno a Triora. E ogni volta mi rendo conto che sono d’accordo con lui, ma per motivi diversi da quelli che poteva pensare lui: seppur ormai “turistizzato” e commercializzato, Triora resta un paese dal grande fascino, dalla geografia complessa e dalla storia ombrosa.

E forse, chissà, la magia del “borgo delle streghe” è proprio questa.

Qualcosa di irrisolto

Triora sta appollaiata come un gufo sulla cima di un cocuzzolo, case grigie su pietra grigia e fasce terrazzate tutt’attorno: circondata com’è da cielo e boschi, con il profilo di vecchie costruzioni e ruderi del castello stagliati contro una natura selvatica e impenetrabile, non è difficile credere che le streghe, quassù, possano esistere ancora. A Triora c’è davvero qualcosa di strano e di irrisolto. Suggestione? Chissà… Senza dubbio la storia antica del paesino ligure ha influito sulla percezione dell’atmosfera che avvolge i carrugi, i vicoli e i porticati delle vecchie abitazioni.

Triora porta su di sé il peso e il fascino di una fama ambigua: quella conferitale dall’importante processo per stregoneria svoltosi tra il 1587 e il 1588, che torturò e condannò a morte diverse donne trioresi e gettò un’ombra di mistero sul paese.

Inserita nel circuito dei Borghi più belli d’Italia e insignita della Bandiera Arancione del Touring Club Italiano, Triora è anche oggi un luogo di strani contrasti: il suo territorio comunale è il più ampio della provincia imperiese (quasi 70 chilometri quadrati), eppure vi sono meno di quattrocento abitanti. Suddiviso in frazioni – Bregalla, Cetta, Creppo, Goina, Loreto, Monesi, Realdo, Verdeggia e Saccarello – il paese è tuttavia sparuto e semi-deserto, tante case sono vuote e abbandonate e le stradine sono più affollate di gatti (neri) e di erbacce che non di abitanti che pure, qui, troverebbero ciò che molti cercano oggigiorno quando guardano ai monti: suggestione, fascino, paesaggio (e pure, recentemente, “case a un euro”, dal momento che il Comune ha avviato la vendita a cifre simboliche di ruderi sparsi proprio per incentivare il ripopolamento).

Cosa vedere

Non mancano i turisti, ultimamente, grazie soprattutto alla fama di “paese delle streghe”, che ha appiccicato addosso a Triora una sorta di patina un po’ gotica e un po’ horror, a seconda dei casi. E pensare che di cose da vedere, pur senza queste etichette, ce ne sarebbero eccome! Alcuni esempi? Le decorazioni e i sigilli di pietra e ardesia sopra le porte delle vecchie case, oppure i due piccoli ma curatissimi musei: il Museo Etnografico e il MES – Museo Etnostorico della Stregoneria, che occupa due sale dell’importante palazzo Stella. Ma una visita la meritano senza dubbio anche la Cabotina – la località alle spalle del borgo dove, secondo le leggende, le streghe si ritrovavano per condurre i loro riti, e da dove si può percorrere il cosiddetto “sentiero delle streghe”, una bellissima passeggiata nei boschi della valle Argentina – e la chiesetta di San Bernardino: situata poco fuori dal centro abitato, si può visitare chiedendo la chiave al custode del museo Etnografico per godere degli splendidi affreschi risalenti al XV secolo.

Anche se forse l’unico modo per assaporare davvero il fascino del paese è perdersi: letteralmente, intendo, come abbiamo fatto noi la primissima volta che vi mettemmo piede. Dopo una cena nell’unico ristorante locale (oggi sono diventati due), ci siamo avviati verso il nostro alloggio, convinti a torto di aver imboccato il carrugio giusto… E invece no: in quell’occasione, la suggestione creata dalla combo “racconti di stregoneria” + “fruscio di gatti nell’ombra, scricchiolii di vecchie persiane accostate e luce tremula di pochi lampioni” è stata decisamente d’impatto.

Dopotutto, in quegli androni in passato si sono davvero consumati dolori e sofferenze inimmaginabili e un traccia è senza dubbio rimasta. Si sente.

La stregoneria a Triora

Esistevano davvero le bàgiue – le streghe – a Triora? Davvero adoravano il diavolo alla Cabotina con orge e riti satanici? Davvero avevano provocato la carestia che da due anni imperversava sul borgo? La storiografia si è sbizzarrita nell’analizzare gli accadimenti che hanno portato alla sistematica persecuzione delle “streghe” a Triora tra il 1587 e il 1588, inserendoli sia nel contesto più ampio della caccia alle streghe in Europa sia nelle tensioni tra autorità ecclesiastica e locale sul territorio di Triora.

Moltissime donne – di diverse età e censo – furono incarcerate, torturate e uccise prima che la fobia si placasse: di quelle che erano state imprigionate non si è saputo più nulla ed è bello pensare che possano aver ripreso le proprie vite e le attività di erboriste, curatrici e levatrici altrove. Il processo per stregoneria di Triora fu precedente e persino più cruento degli altri due celeberrimi di Loudon (Francia) e di Salem (America). Una cosa è certa… Quello che nel XVI secolo è sembrata una condanna, nel XXI secolo rappresenta una “benedizione”: gran parte del flusso turistico e degli eventi organizzati riguardano più o meno direttamente le tematiche della stregoneria, del paganesimo e dell’esoterismo…

Una questione che non manca mai di farmi riflettere: è giusto costruire la propria fama turistica su quella che fu una tragedia? Sull’esasperazione della superstizione che portò alla sofferenza di moltissime donne, al sospetto, alla delazione?

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