“La montagna che è diventata parte di me”. Intervista con Angela Tognolini

Scegliere di andare ad abitare in montagna dopo una vita passata in città. Avvicinarsi alle terre alte prima per svago e sport, imparare a conoscerle e fiutarle, a sentirle nelle ossa e nel corpo e a trasferirle infine nella parola scritta, in un continuo dialogo tra donna e natura, tra sfera personale e dimensione comunitaria: è la storia di Angela Tognolini, scrittrice, autrice de “L’inverno della lepre nera” edito da Bompiani e per sua stessa definizione “montanara principiante”, che qualche anno fa è salita da Bologna a Trento, e poi da Trento si è trasferita in un paese a circa 700 metri di quota.



Angela, tu sei una donna di città trapiantata in montagna: ti va di raccontare il tuo percorso, e come sei arrivata alla scelta di trasferirti?

Volentieri! Io sono nata e cresciuta a Bologna, quindi in una dimensione urbana. Nel 2012, tuttavia, mi sono trasferita a Trento per studio e ci sono rimasta anche per lavoro (allora lavoravo con le persone migranti). Mi sono trovata così a conoscere una dimensione cittadina molto diversa da Bologna. All’inizio Trento non la capivo, soprattutto perché vedevo che durante il weekend si svuotata: dove andavano tutti? Ovviamente andavano tutti i montagna, e pian piano mi ci sono avvicinata anche io: ho cominciato infatti a praticare arrampicata sportiva, e questo mi ha portata a confrontarmi con la dimensione dell’altitudine, del paesaggio alto, della natura alpina.

Questa conoscenza è andata approfondendosi, mi sono scoperta diversa e nuova in questo ambiente: e così, quando io e il mio compagno abbiamo maturato la decisione di andare a vivere insieme, la scelta è stata inevitabile. Abbiamo cercato un posto che facesse al caso nostro, in un paese di mezza montagna che fosse a due passi dal bosco e dai sentieri ma anche non troppo distante dalla città. Ora abitiamo qui da qualche anno.

Prima di entrare nel vivo del tuo lavoro di scrittrice e dell’impatto della dimensione montana su di esso, sono curiosa di capire come hai vissuto questo passaggio. Com’è stato passare dalla città al paese? Cosa è cambiato?

Per me è stato interessante constatare come la montagna abbia cominciato a cambiarmi (anche fisicamente) persino prima che mi ci trasferissi in pianta stabile. Facendo arrampicata il mio corpo mutava, diventava più forte. Cambiava il mio modo di vestirmi e quindi il mio rapporto con il mio essere donna, come se tornasse a una dimensione più essenziale e viva in relazione a ciò che mi circondava.

Ecco, forse il cambio principale è stato questo: tornare a relazionarmi con ciò che mi circondava, anche rispetto all’ambiente-paese e all’ambiente-natura.

Quando abitavo in città, le stagioni mi scorrevano accanto senza che le sentissi, e il contatto con le altre persone aveva una consistenza diversa. Qui, invece, le stagioni sono un’influenza diretta sulla vita quotidiana, le vedi nascere e morire, le senti sulla pelle, ti ci confronti costantemente. E così anche i rapporti umani: perdono orpelli e pianificazioni e diventano più veri. C’è maggiore spazio – fisico e umano – per creare relazioni dirette, con meno filtri. Ad esempio, qui capita spesso che il vicino bussi alla porta perché ha preparato della pizza in più e ti inviti a condividerla. Ancora, gli orti sono tutti affacciati sulla piazza e questo favorisce un contatto continuo, quotidiano. A Bologna questo era impensabile, o quantomeno molto difficile.

Inoltre, la montagna mi sta insegnando a fare un passo indietro rispetto a idee o prese di posizione che “prima” mi sembravano inattaccabili.

Un esempio? Quando ero piccola, partecipai con la scuola un sit-in contro l’abbattimento di un grande albero in centro a Bologna. Sono cresciuta con la convinzione che “tagliare alberi” fosse a prescindere una cosa negativa. Poi mi sono trasferita qui e ho imparato a osservare, a interrogarmi su ciò che vedevo: qui in montagna il taglio degli alberi, rispettoso e con criterio, è prassi consolidata per tenere pulito il bosco, recuperare il materiale di alberi caduti o malati e scaldare le case. Certo, per farlo bisogna conoscere il proprio ambiente, saperlo leggere e interpretare, e quindi creare un legame diretto e tangibile con quella natura che dalla città appare spesso astratta. Qui ho imparato a dare un nome alle cose, a capire il bosco e le logiche che stanno dietro a scelte apparentemente “sbagliate” agli occhi di un cittadino. Di fatto, ho imparato a recedere dal giudizio.

Ci sono mai stati dei momenti in cui ti è mancato qualcosa della vita in città, o in cui hai pensato “basta, ora me ne torno giù”?

Come ogni scelta di vita, penso che anche quella di vivere in montagna abbia pro e contro, non in senso assoluto ma in relazione a noi stessi, a come siamo e a cosa cerchiamo. In generale per me vivere qui è stato un netto salto in avanti. Questo tipo di vita mi nutre profondamente e ho la fortuna di abitare in un paese che rimane comunque piuttosto vicino a Trento: in mezz’ora di auto sono giù e posso recuperare tutto ciò che mi può talvolta mancare.

Tuttavia sì, non posso dire che non ci siano stati momenti talvolta difficili. Quando è nato il nostro bimbo, ad esempio, ho sentito molto il peso della solitudine e della fatica: sia io che il mio compagno avevamo i genitori lontani e d’inverno il paese si svuota, chiude persino l’unico bar; inoltre avevamo una macchina soltanto e non riuscivo a spostarmi molto. Quei giorni sono stati solitari e molto difficili.

Mi sono chiesta se, in un altro contesto abitativo, forse non sarebbe stato più facile, o almeno un po’ meno pesante.

Nel tuo primo romanzo, “L’inverno della lepre nera”, le terre alte non sono soltanto sfondo ma causa, relazione e complessità. Quanto hanno influito la montagna, i suoi paesaggi e le sue dinamiche umane sul tuo immaginario di scrittrice?

Ha influito tantissimo. Io scrivo come cammino, come una cosa imprescindibile da ciò che sono, e la mia scrittura è nutrita da ciò di cui mi circondo, da ciò di cui mi nutro. Quando abitavo in città, erano i libri che leggevo a plasmare il mio immaginario; ora, invece, sono la dimensione del bosco e del paese a innervare i miei racconti, perché è da essi che traggo la mia esperienza diretta e fisica.

Curiosamente, però, non si tratta di un immaginario statico e immutabile.

Quando vivevo la montagna come fruitrice, ero attratta soprattutto dalla sua componente naturalistica, dai paesaggi, dagli scorci e dall’interrelazione del paesaggio con l’umano. Da quando invece abito qui in pianta stabile, è la componente umana a chiamarmi maggiormente: nel mio prossimo romanzo, infatti, questa sarà preponderante.

Spesso, quando si parla di aree interne e terre alte, si evidenzia come la cultura tenda a rimanere confinata nella dimensione urbana. Tu ti occupi anche di corsi di scrittura creativa, proprio qui, nel tuo territorio: come ti sei confrontata con la dimensione culturale locale?

È vero, la dimensione culturale in un piccolo paese di montagna è diversa da quella che si può trovare in una grande città, soprattutto in termini di quantità dell’offerta. Però, c’è una cosa importante da segnalare: il fatto che ci sia meno, e che i rapporti umani siano più diretti, rende infinitamente più facile organizzare qualcosa, creare nuovi format e portare avanti idee e progetti culturali sul territorio. Soprattutto se si ha la fortuna di incontrare chi mi piace definire un “agitatore culturale” locale, cioè quelle persone che agiscono con grande passione, attenzione e tenacia per presidiare culturalmente le aree marginali: nel mio caso, si tratta di una libraia indipendente di Levico con cui collaboro spesso, una vera e propria forza della natura.

Aggiungo anche un dato interessante: il fatto che spesso ci sia poco in termini di proposta culturale non significa che chi abita qui non abbia fame di cultura esattamente come in tutti gli altri posti.

Tutte le volte in cui ho organizzato un corso di scrittura creativa, le richieste di partecipazione superavano di gran lunga i posti disponibili. Per me questa è una chiave di lettura da non sottovalutare.

Dopo qualche anno di vita in montagna, cosa ti sentiresti di consigliare a chi vorrebbe fare questa scelta e trasferirsi verso le terre alte?

Consiglierei innanzitutto di considerare il fatto che “trasferirsi in montagna” è una scelta che ha un vastissimo spettro di possibilità intermedie, e che tra la metropoli e la baita sperduta su un bricco con qualche capra ci sono tante sfumature intermedie, meno estreme e forse anche meno romantiche, ma probabilmente più funzionali a una vita contemporanea.

Ci sono paesi di mezza valle e di bassa montagna, ragionevolmente vicini agli snodi urbani, che permettono di vivere la dimensione montana senza dover rinunciare a tutto il resto.

Ultima domanda: che cosa pensi ti abbia insegnato la montagna?

Tra le tante cose che sto imparando da quando sono qui, penso che la più significativa per me sia il riuscire a ricordarmi che non sono da sola. Che non esiste al mondo soltanto Angela Tognolini con i suoi problemi e le sue difficoltà: insieme e a fianco a me ci sono anche infinite altre vite, umane, animali, vegetali, e questo ridimensiona la mia esistenza a parte di un tutto. Quando abitavo in città non ci facevo mai caso: ora, invece, trovo questa consapevolezza molto confortante.


La foto in apertura a questo articolo è di Paolo Ghisu

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