domenica , 25 Febbraio 2024

Il tamburaio delle Madonie

Un tamburo per raccontare storie. Per celebrare la natura: il vento che cala dalle montagne, la risacca del mare lontano, le radici profonde della terra. Tamburi che si ricollegano a un sapere ancestrale e atavico, quando l’essere umano infondeva significati e senso in ogni oggetto che creava, gli dava un potere: e allora la pelle è di capra, di quegli esemplari ormai a fine vita. Allora il telaio è l’armatura di un vecchio setaccio per i cereali. «Il tamburo celebra una connessione» spiega Fabrizio Fazio, tammurinaro, artigiano e artista del tamburo, nella sua piccola e vibrante bottega. «Quella dell’essere umano con i campi, con le forze primigenie che gli han sempre dato nutrimento, con il divino che non si vede ma si percepisce, dentro, al ritmo antico della terra».

Nel cuore arcaico della Sicilia

Fabrizio Fazio abita nel borgo di Gangi, nelle Alte Madonie siciliane. Siamo a oltre mille metri di quota (1.011 per l’esattezza), e nell’aria vibra un connubio indecifrabile di montagna e di salmastro, un’eco lontana del Mediterraneo che non si vede, ma si sente. E’ come una carezza gentile, una dolcezza che alle Alpi manca e che qui invece innerva ogni sospiro di vento, ogni scorcio d’altura. Con le sue case pietrose color del miele abbarbicate sul fianco di un colle affacciato su spettacolari ondulazioni di campi di grano, Gangi sembra un presepe: ci si arriva da una strada tutta curve che solca un mare d’oro, una terra traboccante abbondanza. Agreste, certo, sebbene alle spalle del paese s’innalzino alcune delle vette più alte della Sicilia… A esclusione dell’Etna, ‘A Muntagna, ovviamente. Le Madonie sono un microcosmo aggrovigliato di biodiversità e panorami che paiono tirati fuori dalle propaggini alpine orientali, fondi canyon frequentati solo da rapaci, paeselli suggestivi in una cornice di montagne ora verdi e lussureggianti di prati e ora aspre e ruvide di pietre spoglie: in barba alle esigenze del turismo vorace che altrove sventra i pendii e sbanca i prati, qua i paesaggi sono quasi immutati, fermi in bilico sul tempo. Fermi ma non immobili: ché la vitalità è tanta, in questi borghi affamati di riscatto , e si sviluppa in forme di turismo lento, partecipazione comunitaria, slanci verso un futuro di innovazione sostenibile.

«Siamo riusciti a innescare un meccanismo virtuoso partendo dalla consapevolezza che la vera ricchezza di un territorio sono i suoi abitanti» spiega il sindaco di Gangi, Giuseppe Ferrarello, attivo promotore del ripopolamento del borgo e del turismo sostenibile attraverso la valorizzazione del territorio anziché attraverso la sua cannibalizzazione.

«Negli anni, abbiamo recuperato il centro storico, ampliato il numero dei musei, favorito la nascita e la ‘restanza’ sul territorio delle botteghe artigiane e delle attività commerciali e spinto un tipo di turismo rispettoso, integrato alla vita della comunità. Senza comunità, non si va da nessuna parte, e la comunità è fatta di gente che un luogo e un paese lo abita, non soltanto lo visita».

L’arte del tamburo: un sapere antico

E’ in questo contesto che si inserisce l’attività di Fabrizio Fazio, classe ’87, tamburaio per vocazione profondissima e innata prima che per lavoro.

«Il tamburo ti chiama: è lo strumento più antico del mondo, era il tramite che l’essere umano ha trovato fin dai primi passi sulla terra per connettersi con il mondo che lo circondava e per provare a dialogarci», racconta.

All’arte del tamburo, Fabrizio ci si è avvicinato fin da bambino, attratto e chiamato dalla forza che questo strumento sprigionava. Ha imparato le diverse tecniche di costruzione da vecchi artigiani del territorio e ha accolto la tradizione popolare che essi portavano con sé, diventandone espressione vivente: un vero e abile tammurinaro (tamburinaio), erede non soltanto di un antico sapere artigiano capace di portare nel presente la tradizione connessa allo strumento, ma anche di suonarlo così come da centenaria tradizione gangitana. «Lo vedete questo?» e indica l’armatura in legno del tamburo. «Non è altro che il telaio di un setaccio, di quelli usati dalla civiltà contadina per separare il grano dalla pula. Il tamburo si è sempre fatto con ciò che si aveva a disposizione, con gli strumenti del lavoro di tutti i giorni».

La sua bottega porta il nome evocativo “La capra canta” ed è non soltanto uno spazio di lavoro artigiano – Fabrizio realizza interamente a mano tutti gli strumenti, curandone personalmente ogni dettaglio e ogni passaggio – ma anche un centro gravitazionale di storie, leggende e simbolismi.

A ogni tamburo la propria voce

«Ogni tamburo ha una propria voce. Ogni tamburo parla. Ogni tamburo racconta, ha in sé tutte le voci. E il tamburo non si suona: si ascolta. Chiudete gli occhi».

La mano scivola sulla pelle tesa della cassa, non è solo ritmo ma anche fruscio cadenzato, un susseguirsi di onde: il mare. Un colpo, fermo, che risuona a lungo, e altri colpi spessi, un rotolare come di massi, un sibilo: la montagna, il vento tra le pietre. Nell’abbandonarsi ai ritmi e alle suggestioni creati da Fabrizio mentre ci accompagna ad ascoltare le voci del tamburo, pare di ricollegarsi a un’umanità arcaica e ipnotica. Quando smette di suonare, apriamo gli occhi come storditi, riemergiamo alla realtà dopo un viaggio nel tempo.

Oggi i tamburi di Fabrizio sono conosciuti in tutto il mondo, segno dell’artigianalità e frutto di opere uniche, ed egli dal 2022 è iscritto nel Reis, il Registro delle Eredità Immateriali della Regione Siciliana, in virtù dell’importanza di recupero e custodia del suo lavoro. E’ uno dei soli quattro maestri del tamburo presenti in Italia.

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