In questi giorni si parla di siccità. Come sempre, se ne parla quando il problema arriva a toccare la pianura e le città, perché finché tocca solo la montagna chissenefrega…

Eppure già a settembre scorso siamo stati da amici nell’alto Monferrato e la siccità imperversava da mesi, le campagne erano gialle, gli alberi secchi, le montagne pelate. Eppure già due mesi fa raccoglievo testimonianze di allevatori dall’alta Valle Seriana, preoccupati perché l’acqua a uno la doveva portare la protezione civile per riempire le cisterne, e l’altro perché si proiettava all’estate, immaginando la scarsità di erba per i gli animali su tutti i pascoli… Eppure quanto tempo è che i montanari guardano all’inverno con trepidazione e all’estate con terrore?

Per decenni la montagna è stata ignorata e dimenticata – a esclusione forse delle località sciistiche o dei “luoghi da selfie” – e ci siamo tutti un po’ scordati che ciò che accade nelle terre alte è solo l’anticipazione di ciò che accadrà altrove: è una sirena d’allarme che potrebbe aiutarci a tracciare rotte nuove per tutti. E invece ancora abbiamo ignorato le grida.

C’era davvero bisogno di arrivare ai razionamenti d’acqua in pianura perché ci si accorgesse che non ci sono quasi più ghiacciai, che non ha nevicato e che quindi non abbiamo scorte idriche? Oggi paghiamo con la sete l’ alienazione collettiva dalle nostre stesse ossa.