mercoledì , 24 Luglio 2024

Croci in vetta, una riflessione personale

È di questi giorni la polemica montata attorno alla questione sollevata dal CAI, in merito alla liceità o meno di installare nuove croci in vetta alle montagne italiane. Simboli di fede e modo per esorcizzare in qualche modo la paura atavica della dimensione montana e del rischio che essa inevitabilmente comporta – oltre che modo per celebrare la vicinanza al cielo: dove altro, se non sulla cima di una montagna? – le croci sulle vette sono finite al centro della polemica quando si è messa in discussione l’ipotesi di installarne di nuove, accanto alla necessità e all’importanza di mantenere e tutelare quelle già esistenti.

Croci in vetta: dibattito o battaglia?

Come spesso capita nel mondo social, quello che avrebbe dovuto essere preso come occasione di riflessione e confronto si è mutato in una battaglia, un battibecco poco costruttivo che ha visto subito i toni scaldarsi e le posizioni farsi nette ed estreme. Da una parte chi si scaglia contro il CAI e le posizioni espresse (anche se oggi il presidente del Club Alpino Antonio Montani ha smentito l’ufficialità della posizione, rimandandola a un punto di vista personale dell’autore, in un giochino di scarico delle responsabilità che non è un bellissimo spettacolo da vedere, si può dire?), dall’altra chi ha approfittato della polemica per ribadire il proprio astio verso il simbolo, e nel mezzo due cose. Cioè la politica che inizia a farci sopra la propria campagna elettorale (si parlava di spettacoli pietosi…) e un’occasione perduta.

Quella, forse, di ragionare pacatamente e come collettività su cosa ci renda individui e società con una storia, con un vissuto condiviso alle spalle, con un’identità. E, anche, che cosa costruisca e definisca questa identità.

Croci in vetta, un parere personalissimo

Personalmente (si può ancora avere punti di vista personali? Li si può esporre qui sul web? Oppure devo preparare il cilicio per autoflagellarmi nelle scuse, qualora a qualcuno non piacesse ciò che andrò a scrivere? Così, per sapere), non mi trovo d’accordo con chi definisce le croci in vetta come anacronistiche. Al di là della questione strettamente religiosa – che rimane appannaggio privato di ciascuno, una dimensione intima e personale su cui nessuno dovrebbe poter questionare – penso che il mutare della società e la sua composizione più variegata non dovrebbe mai diventare occasione per rinnegare o sminuire ciò che nel bene o nel male ha fondato e definito il modo di essere e di vivere, la spiritualità, la concezione del mondo e il modo di rapportarsi all’ignoto di un territorio nel corso dei secoli.

La somma della complessità – e non il suo appiattimento – è secondo il mio parere l’unica strada per una società composita sana e questo passa anche dal comprendere e accettare i simboli che definiscono una parte di questa società, che ci piaccia oppure no. Posso non essere praticante, ma nel simbolo delle croci in vetta trovo un’occasione per connettermi simbolicamente con il divino, con ciò che c’è più grande di me, e ricordarmi la mia finitezza davanti all’immenso che mi circonda. La croce in vetta, visibile da lontano, condensa su di sé il tendere della fatica dell’ascesa. E’ un simbolo religioso, ovviamente, ma carico di valenze anche laiche, soprattutto quand’è collocato sulla sommità di una montagna.

E aggiungo una provocazione: se le croci sono anacronistiche, perché allora vanno bene le bandiere di preghiera tibetane, appese pressoché ovunque nei pressi di vette, passi o rifugi, totalmente fuori dal proprio contesto? Perché il simbolo religioso di una cultura così lontana da quella alpina non è considerato fuori luogo in montagna, e le croci invece sì? Non attingono forse entrambi a una dimensione di fede? O forse ci sentiamo più liberi di “appropriarci” di simboli altrui, trasformandoli in meri oggetti di design montano evocativo, in sprezzo a ciò che significano per la loro cultura di riferimento?

Disclaimer doveroso

Ma questo è e rimane un punto di vista personale, lecito esattamente come sono lecite tutte le altre migliaia di pareri che potrebbero esserci sulla questione. Perché al netto delle opinioni di ciascuno, per quanto mi riguarda il problema è tutt’altro: è mai possibile che la paura dello scandalo web debba far tremare all’idea di esprimere un parere? Parliamone, gente! Si può parlare delle cose anche da punti di vista diversissimi senza bisogno di trasformare tutto in una shitstorm a suon di hashtag e pretese di rimozione. Anche in montagna. Soprattutto in montagna. Senza che tutto debba diventare per forza un tornare sui propri passi con la coda tra le gambe, un affrettarsi a chiarire che “per carità, non intendevo questo”.

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