Cresce il numero delle persone che guardano alla montagna come possibilità di vita, di impresa e di felicità. Crescono i montanari, dunque, e a certificarlo è anche l’ultimo “Rapporto Montagne Italia 2025” di UNCEM, che ha messo in evidenza come – lungi dall’essere le terre povere e ardue di solo qualche decennio fa – oggi le terre alte rappresentino un orizzonte geografico e sociale di grande interesse. Ma cosa significa aspirare alla montagna oggi? Chi sono le persone che volgono lo sguardo verso l’alto, come diventano montanari, cosa cercano in montagne e quali dinamiche sociali creano e agiscono?
Se l’è domandato anche Andrea Membretti, sociologo specializzato nelle aree interne montane, professore di Sociologia del territorio all’Università di Pavia, tra i fondatori dell’associazione Riabitare l’Italia e coordinatore del progetto “Vivere e Lavorare in Montagna – Scuola di Montagna” con l’Università di Torino, che ha raccolto decenni di ricerca sui nuovi abitanti delle terre alte in un nuovo volume, “Diventare montanari”, edito dalla casa editrice People, nel quale contestualizza il suo lavoro in uno sguardo lucido e appassionato sulle montagne del presente. In questa intervista abbiamo parlato del libro e provato a comprendere insieme i rapporti tra i nuovi montanari di oggi, il territorio e le comunità in cui si insediano.

“Diventare montanari” si inserisce in un percorso di analisi e approfondimento che avevi cominciato ad approfondire già con “Migrazioni verticali”, e che oggi tira un po’ le somme di anni di studio su un tema quanto mai attuale: quello della montagna come orizzonte (possibile) dell’abitare del futuro. Ti va di contestualizzare quest’ultimo libro, la sua genesi, l’angolo visuale attorno a cui è costruito?
Il quadro entro cui si inserisce “Diventare montanari” è quello delle ricerche che sto conducendo da oltre un decennio sul fenomeno dei nuovi abitanti della montagna, ricerche che partendo dal tema della migrazione internazionale – più o meno forzata – verso le terre alte sono arrivate infine ad affrontare quello dei cosiddetti “nuovi montanari” attuali. Sentivo l’esigenza di rivolgermi a un pubblico meno specialistico e più ampio, per dare la stima di un fenomeno che ritengo assolutamente rilevante per comprendere il presente dei nostri territori. Se in “Migrazioni verticali” avevo affrontato la decisione di salire a vivere in montagna in ottica di risposta alla crisi climatica, con questo nuovo libro volevo darle anche una rilevanza collettiva.
Quello che mi pareva mancasse, nei discorsi sull’attuale ripopolamento della montagna, era infatti una dimensione di gruppo: le storie che spesso vengono condivise sul tema si basano tutte sulle spinte individuali, e pur essendo queste storie importanti, mancava credo una cornice entro cui provare a contestualizzarle.
Inoltre, osservando i dati quantitativi sul ritorno alla montagna – penso anche all’ultimo rapporto UNCEM, che ha evidenziato come le terre alte italiane abbiano visto crescere il numero di abitanti di oltre 100mila persone – mi sono domandato più volte che cosa nascondessero questi numeri, e cosa raccontasse quello “spazio vuoto” tra il dato macro-quantitativo e le singole motivazioni individuali. È qui che mi è venuta l’idea di provare a usare la chiave di lettura delle classi sociali – aggregatori sociali che trascendono la scelta individuale – per analizzare il fenomeno. Niente di ideologico, ma un tentativo (anche ironico, se vogliamo) di provare a comprendere il ritorno alla montagna anche sotto una prospettiva di classe sociale di appartenenza.
Nel tuo libro, incontriamo tre classi sociali che rappresentano il “diventare montanari” oggi. Quali sono?
Le classi sociali attraverso le quali ho osservato la migrazione verticale di questi ultimi tempi sono sostanzialmente tre: c’è l’upper class, cioè le persone molto ricche che puntano alle terre alte come nuovo orizzonte di benessere individuale, che ho analizzato osservando il caso di Crans-Montana, la città-resort d’élite del Canton Vallese, in Svizzera. I ricchi oggi sono non solo preoccupati del peggioramento del mondo e della crescente insicurezza, ma anche alla ricerca di separatezza sociale, per sé e per le proprie famiglie: separatezza che trovano molto spesso in montagna, e che non è mai una scelta esclusiva, ma rimane collegata alla dimensione “bassa” dove si muovono interessi ed economia. C’è poi la middle class, costituita da professionisti e giovani iperqualificati, gli “aspiranti montanari” spesso in fuga dalla dimensione urbana asfittica, con qualche risorsa da investire e spesso con la possibilità di lavorare da remoto, mantenendo comunque un legame metromontano con la città di riferimento. E infine, la under class, nella quale ho inserito i migranti internazionali che salgono in montagna per necessità (la ricerca di un lavoro) o per costrizione (i richiedenti asilo), una classe spesso funzionale alle esigenze della classe più agiata ma sostanzialmente da essa separata.
Come dico nel libro, sono tre modi diversissimi di vivere la montagna. E soprattutto, sono tre classi che nella loro dimensione montana raramente si intersecano.

Che mi dici invece della working class intermedia? L’hai incontrata tra i “nuovi montanari”, oppure è un gruppo sociale totalmente assente in questo contesto?
Non so se sia totalmente assente, ma noi non l’abbiamo mai intercettata, neanche con l’attività dello sportello “Vivere e lavorare in montagna”. Il dato interessante che ci viene restituito dai contesti montani è che spesso mancano figure professionali come idraulici, muratori, eccetera. Cosa succede in questi casi? Succede che si fa salire manodopera straniera (e rientriamo nel caso dell’under class). Da un lato quindi sui territori montani già è presente una working class, anche se in riduzione perché tende a cercare altri lavori o a spostarsi altrove; dall’altro, il desiderio (e soprattutto la possibilità economica) di andare a vivere in montagna non sempre fa parte dell’immaginario della working class urbana, che quindi tende a non “diventare montanara”. Questo sarebbe un tema interessante da approfondire in futuro.
La montagna può essere vista come una cartina al tornasole delle diseguaglianze economiche e sociali che vanno acuendosi altrove?
Il fatto di non aver praticamente mai intercettato la working class è indice – credo – dell’estrema polarizzazione che va creandosi sempre di più anche in montagna tra chi sta molto in alto e tutti gli altri. La chiave di lettura più interessante sul tema dei nuovi montanari è il fatto che la maggior parte di essi sia composta da una classe media che in città si è vista progressivamente depauperare economicamente e professionalmente: alla spinta ideologica (e talvolta romanticizzata) alla montagna si combina quasi sempre anche una spinta di classe e una fuga da una città che sta stritolando sempre di più il suo ceto medio.
Dopotutto, la domanda se la città facesse male se la ponevano già i primi sociologi urbani, oltre cent’anni fa. La vita urbana produce una serie di esternalità negative significative: finché però dava la possibilità di una cresciuta professionale, di un salario adeguato e di un miglioramento delle condizioni economiche, il gioco valeva la candela. Con l’avanzare delle minacce climatiche, e poi con la pandemia, si è creato tuttavia una sorta di fattore a tenaglia, che ha messo in luce tutte le storture urbane. La qualità della vita è peggiorata, i redditi si sono abbassati e i costi alzati, c’è crisi abitativa; se a questo ci aggiungiamo l’inquinamento, il fattore sicurezza e la crescente minaccia di manifestazioni climatiche estreme, è chiaro come le città stiano tramutandosi in vere e proprie trappole.
Quindi sì, sono assolutamente convinto che soprattutto la middle class esprima una crescente disaffezione urbana, anche se poi questo allontanamento non si traduce mai nel tagliare completamente i ponti; semmai si traduce in forme di metro-montagna, a cavallo tra le due dimensioni, prendendo da entrambe ciò che di meglio possono offrire: paesi non troppo isolati, ben collegati con la città, che permettano di tenere vivo questo legame ambivalente.

Quando parliamo di classi sociali in montagna, ne parliamo anche sotto un profilo di azione o aggregazione politica?
Assolutamente no: secondo quanto ho potuto osservare, la dimensione politica è totalmente assente in ciascuno dei tre aggregati sociali a cui faccio riferimento nel libro. Mi spiego meglio. Per quanto riguarda i più ricchi, il problema non si pone perché tendono a mettere in atto una sorta di auto-reclusione, una “secessione dei ricchi” in quota, che poi sia a Crans-Montana o a Courmayeur ha poca importanza, e il fare politica non rientra nelle loro necessità… Al contrario. I più poveri, nei territori montani tendono a essere parcellizzati, come succede per esempio con i riders nelle grandi metropoli, e privi di alcuna modalità di organizzazione collettiva. Infine, anche la middle class “aspirante montanara” attuale esce dalla valenza politica che storicamente altre esperienze di neoruralismo fino agli anni Ottanta hanno avuto e cercato (penso ai primi ecovillaggi, alle comunità autonome, i Villaggi degli Elfi in Appennino).
Oggi manca una progettualità collettiva che vada oltre l’individuale, ed è un grosso limite: la ricerca di uno stile di vita alternativo, concretizzato nella scelta di andare a vivere in montagna, non è ancora diventata una capacità di proposizione collettiva.
Se volessimo riprendere i termini marxiani classici, diremmo che c’è la classe in sé e la classe per sé: ecco, quella degli aspiranti montanari della middle class attuale la vedo come una “classe in sé”, cioè un oggettivo aggregato di classe ma privo di coscienza di classe, privo dell’idea di potersi muovere collettivamente.
Secondo quanto hai osservato nelle tue ricerche, qual è il rapporto – se ce n’è uno – che si instaura reciprocamente tra questi nuovi montanari?
Si oscilla tra la funzionalità degli uni rispetto agli altri, la separatezza e in rari casi il conflitto. Con funzionalità intendo soprattutto quella dei migranti rispetto all’upper class, perché come evidenzio anche nel libro i resort come Crans-Montana stanno in piedi perché ci sono i lavoratori stranieri “invisibili”. E sia chiaro: parliamo di migranti dando per scontato che si parli di stranieri, ma talvolta si parla anche di comunità di nostri connazionali che “salgono” per fare la stagione.
Manca invece totalmente il rapporto tra middle class e upper class: quelli della classe media non sono i lavoratori di cui i super ricchi hanno bisogno nella loro vita montana, e dal canto suo la classe media vedono i resort come Cans-Montana come luoghi di autosegregazione, una dimensione talmente avulsa dalla vita “normale” da non trovare alcun punto di contatto con essa. Qualche punto di contatto, talvolta, si crea tra la middle class e l’under class dei migranti internazionali, quando si creano iniziative si solidarietà o di incontro gravitanti attorno al paese che accoglie. Ma sono casi sporadici, non una tendenza.
E per quanto riguarda invece i rapporti tra “nuovi montanari” e chi invece non diventa montanaro ma lo è già? Tra chi arriva sui territori montani e chi c’era già prima?
Quando una zona montana diventa “attrattiva” per l’upper class, di fatto l’intero territorio ci si mette volentieri al servizio. È quanto è successo a Crans-Montana, ma anche a Saint Moritz o Courmayeur: l’intera comunità diventa fornitrice di servizi a questa classe, perché è molto redditizia a livello economico. In questo caso quindi i locali – salvo rare eccezioni – tendono a perseguire una politica di facilitazione verso i super ricchi.

Per quanto riguarda l’altro estremo, cioè l’under class, tendenzialmente nei territori montani ci si muove tra due atteggiamenti: l’accoglienza non integrata (nel caso dei lavoratori, che sono percepiti come funzionali alle economie locali, la presenza non è osteggiata ma spesso si sviluppano comunità etniche separate, con tempi e orari propri) oppure diffidenza, quando non addirittura ostilità (nel caso delle persone richiedenti asilo). Ci sono tuttavia anche stati casi di buoni percorsi di integrazione. Molto dipende dalla presenza o meno di politici locali che soffiano sul fuoco della diffidenza o che si impegnano per trovare percorsi utili per tutta la comunità.
Nel caso invece della classe media, il rapporto con i “vecchi montanari” ha più sfumature, perché chi sale in montagna come aspirante abitante delle terre alte tende a cercare anche una relazione con il territorio. Relazione che non sempre è idilliaca, sia chiaro, ma ci sono maggiori tentativi di creare sinergie sul territorio, questo sì, con tutto ciò che questo comporta in termini di reciproco adattamento. E qui tocchiamo un tema importante, cioè quanto siamo disposti ad accettare serenamente il fatto che la montagna cambi, muti, si intersechi con ciò che arriva…
A tal riguardo, secondo te come stanno vivendo a livello macroscopico le terre alte questo arrivo di nuovi montanari?
Certa propaganda politica ha per anni brandito lo spauracchio della “sostituzione etnica” nei paesi di montagna a opera dei migranti internazionali, come se fosse un pericolo.
Eppure, anche ciò che sta avvenendo adesso con i “nuovi montanari” ha le valenze di una sostituzione: un paese di montagna che dieci anni fa aveva venti abitanti e ora ne ha duecento per forza di cose ha subito una trasformazione, una “sostituzione” sociale, perché evidentemente di quello che era il patrimonio demografico originario non è rimasto niente. Sono moltissimi i contesti alpini e appenninici in cui l’arrivo di nuovi abitanti ha significato riempire quasi integralmente un vuoto.
È un bene, un male? A livello latente c’è sempre l’idea che anche questa sia una forma di perdita dell’originario patrimonio demografico e culturale di un territorio, ma dobbiamo prendere atto di una cosa fondamentale: o si accoglie questa transizione, oppure si accetta l’approccio del nuovo piano per le aree interne, che auspica l’accompagnamento naturale alla morte di diversi paesi interni.
Dunque la scelta realistica attuale è tra la morte di tanti territori, o tra nuovi arrivi che però porteranno inevitabilmente nuove istanze, nuove tradizioni, nuove dinamiche.

Eppure la nuova legge sulla montagna pare più propensa a promuovere o preservare quella che è una cultura montana “tradizionale”, invece che a favorire nuove visioni per la montagna del futuro…
Infatti trovo che quelle espresse dalla nuova legge sulla montagna siano posizioni di retroguardia: preservare i valori, le tradizioni, i prodotti locali, la gastronomia, il cibo… Bisognerebbe avere un po’ più di onestà intellettuale e dire che buona parte di questa presunta tutela è un gioco di difesa per proteggere comunità molto anziane e far vivere loro la fine dei propri giorni con l’idea che sia rimasto ancora qualcosa del loro passato, oppure che si tratta di asset funzionali al turismo: qualcosa tipo “vado in Valle d’Aosta e voglio trovare la fontina, vado in Alto Adige e voglio trovare i canederli”.
Nella realtà, nel momento in cui arriva gente nuova in montagna qualcosa cambia sempre, inevitabilmente: potrebbe arrivare il cous cous così come la cucina macrobiotica, poco importa, l’importante è avere la consapevolezza che accadrà per forza di cose laddove ci sarà movimento di persone. Non è una cosa che si può scegliere o forzare. Anzi, secondo me proprio il tema del cibo è particolarmente interessante.
Per quale motivo?
Ti faccio un esempio. Ogni anno organizziamo la Scuola della Montagna, dedicata agli aspiranti montanari: nel 2025, per la prima volta la maggioranza dei partecipanti aveva qualche restrizione alimentare. C’era chi era vegano o vegetariano, chi non poteva mangiare il lattosio, chi era intollerante al glutine… Quando siamo andati a trattare con le varie trattorie del territorio per la fornitura dei pasti, queste esigenze alimentari sono state talvolta prese molto male, come se fossero solo mode urbane, vezzi da cittadini.
Il tema del cibo tocca i temi dell’identità e dell’appartenenza e potrebbe configurarsi come un terreno di sperimentazione e di avvicinamento.
Così come non puoi infatti obbligare chi è intollerante al lattosio o vegano a farsi la raclette o a mangiare solo salame, non puoi neanche pretendere che il vecchio abitante si converta alla sola cucina vegetale. Quindi, che si fa? Ecco, penso che questo tema sia uno dei primi perni su cui si può innestare questa creazione di nuove comunità. Nonché uno dei temi da cui partire quando si ragiona sulla “folclorizzazione dell’immaginario” montano, altra problematica diffusa quando si parla di montagna oggi.
Il libro “Diventare montanari” uscirà in libreria il prossimo 14 novembre 2025. Può già essere ordinato sul sito della casa editrice People. Fa parte delle pubblicazioni tematiche prodotte in collaborazione con L’AltraMontagna.

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